arTerritory: i centri della centrale
 
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Guardate bene la T rossa che sottolinea, nel titolo della mostra, il collegamento tra due parole: arte e territorio. Osservate la forma di quella lettera perché è la più architettonica nel nostro alfabeto, sintesi plurisecolare che rimanda alle piante di chiese e basiliche ma anche all’idea di muro elevato con annesso tetto di protezione. Casa e contesto abitativo nel disegno di una lettera che diviene il ponte verso ARTERRITORY, organismo espositivo in calibrata espansione nella Centrale Montemartini. Ci troviamo a Roma, coacervo stratificato di memorie e rinnovati futuri. Città anomala per natura, esempio di convivenza tra l’antico e l’ipotesi mai ovvia del nuovo, tra la sintesi archeologica e un proliferare di incastri urbanistici (con la speranza che la cultura architettonica del contemporaneo cresca a Roma in maniera “europeista”). Risiede qui il maggior pregio/difetto della Capitale, ovvero, l’impossibilità alla distruzione coatta per poi praticare, sulle rovine senza aura, nuove visioni urbane. La città rimane l’archetipo plurisecolare dell’addizione accumulativa, delle nuove destinazioni d’uso in un cambio continuo di funzioni degli e negli spazi. Ma è anche il paradiso perduto di interventi mimetici, profondità viscerali, diversità conciliate. Un luogo tra l’assurdo e il leggendario dove l’arte ha spesso sentito la pulsazione del territorio, l’energia del contesto, la vitalità della gente. Una metropoli fatta di indifferenza e internazionalismo, volgarità ed eleganze innate. Da sempre presuntuosa ma anche resistente agli urti storici, eretta come una statua in marmo dalla pelle dura e dal colore morbido.

Varcare la soglia
La Centrale Montemartini ha un ingresso poco enfatico sulla via Ostiense, sembra quasi volersi riparare dagli sguardi indiscreti del traffico. La vita urbana cresce attorno ai suoi spazi, secondo un progressivo equilibrio tra la natura popolare del quartiere e le nuove identità professionali che lo vivono. Università, locali notturni, alberghi, ristoranti e spazi multimediali, eventi espositivi, teatro, studi di professionisti creativi: Ostiense significa oggi riconversione di un’area industriale in qualcosa che rimanda a tanti casi internazionali ma che in realtà somiglia solo a se stessa. Perché Ostiense è ancora dentro gli strani destini di Roma, nella sua prodigiosa lentezza che diventa, d’improvviso, frenetica velocità di recupero. Perché qui si concentra un potenziale immenso ma anche la mediocrità della cultura immobiliarista romana, incapace di operazioni (in stile Chelsea a New York, per capirci) dove la complessità sociologica porta al connubio tra alta cultura e solido business. Di contro, il risvolto positivo ci dice che da noi un negozio sublime può spuntare tra brutte botteghe dalle pessime vetrine. O un capolavoro innovativo farsi spazio tra retroguardia borghese e cattolicismi conservatori. La lotta è più dura ma il risultato, quando raggiunge l’apice, rivela il sintomo dell’eccellenza.

Camminare a passo lento
Appena varcata la soglia vi ritrovate in un viale che enfatizza la quieta accoglienza della Montemartini. Ingresso e zone esterne danno la misura controversa della stessa Roma: un luogo seriamente incredibile che pare nascondersi al pubblico con timidezza sardonica, quasi menefreghista come accade spesso alla bellezza cittadina. Da fuori nulla ti respinge ma niente ti attira con accattivante furbizia. Poche indicazioni per raggiungere qualcosa che è pura bellezza del recupero industriale. Un tuffo dentro apparizioni scenografiche che dichiarano al meglio la convivenza empatica tra antico e contemporaneo.

La Centrale
Proprio di una convivenza parla la mostra. Una coabitazione che è anche conflitto e spinta, talvolta più marcata, altre volte più morbida e ben gestita. Ma comunque sempre di confronti dialettici si tratta, di incontri e contaminazioni, di inserimenti tra interstizi disponibili. Il progetto segue la forma della fatidica T che è anche, non a caso, l’evocazione sintetica di un albero. Il grande tronco riguarda gli interventi più installativi, dislocati con precisa coscienza delle zone. Sono questi i lavori che impongono un attrito più impressivo con lo spazio, provocatori come riesce ad opere adeguate nel giusto contesto. La linea superiore della T, quella che richiama la chioma dell’albero, ci porta tra quadri, video e sculture di formato più gestibile. Diventano i rami ideali di un organismo che si apre a molteplici sguardi sul territorio, dentro le sue realtà, oltre il confine del visibile. Una convivenza, insomma, che è indagine estetica e teorica, un’analisi tra micro e macro, reale e virtuale, passato e futuro.

Le radici
Raccontare un territorio di convivenze implica vitalità e contraddizione, strati e memorie che corrono lungo il tempo in una dimensione antagonista. Difficile non pensare ai muri del graffitismo urbano, alle molteplici tag che costellano il firmamento cromatico delle pareti in esterni. Il Keith Haring degli esordi si conferma significativo per evocare le azioni di guerriglia murale che hanno cambiato il volto delle periferie (e non solo). Le prime opere nascevano dai disegni di gessetti bianchi sui fogli neri che si usavano a New York per coprire le pubblicità scadute. Haring metteva i suoi personaggi ad alto tasso etico sopra le lavagne metropolitane che tappezzavano corridoi e vagoni del subway. Un gesto netto ed epocale, il passaggio metatemporale dalle caverne primitive alla città tecnologica. Negli stessi anni girava per New York un altro personaggio che faceva dell’antagonismo in esterni la sua dimensione estetica. Paolo Buggiani girava sui pattini come un icaro tecnologico, correva con sagome infuocate lungo le strade d’asfalto, guidava veicoli a metà tra echi omerici e cultura cyborg. Ha invaso molteplici territori coi suoi interventi di mitologia urbana, disseminando le sculture dovunque fosse possibile lasciare un segno di congiunzione tra epoche e culture.

Le nuove radici
La mostra stabilisce dialoghi a distanza, crea nuove traiettorie sulla mappa del territorio ideale e reale. Il passaggio dagli interventi di pura Street Art ai nuovi “modi” di intervenire sono un momento significativo nel nostro percorso. Matteo Basilé iniziò, metà anni Novanta, proprio con il segno rosso della vernice spray sui telai in alluminio, mettendo una tag geometrica al fianco delle stampe digitali. C’erano volti che appartenevano a storie d’invasione urbana e antagonismo mediatico, sottolineati da un segno che diventava logo riconoscibile. Oggi ritroviamo visi e disegni in un evoluto andamento stilistico, a conferma di una coerenza che narra le radici e i caratteri dell’uomo contemporaneo. Nelle memorie antropologiche scende anche Adrian Tranquilli, ma nel suo caso entra il contesto urbano in cui le storie prendono corpo. La stessa Roma è l’oggetto/soggetto di un racconto tra video e opere fotografiche. Un viaggio dove la maschera di Batman incarna il segno forte, l’icona indossabile che nasconde, esaltandoli, i volti dei protagonisti in abiti ancora “normali”.

La memoria nello spazio esterno
Negli spazi esterni ritroviamo tre artisti per alcuni interventi plastici di stazza coinvolgente. Lucio Perone con una mano che stringe matite colorate, Tommaso Cascella con alcune forme primordiali e simbolicamente accoglienti, Giuseppe Perone con vari simbolismi dalle forti evocazioni narrative. Assieme ricreano le basi di un prologo emozionale, introducendo al cammino con il loro sentore sciamanico, quasi un passaggio da rituale iniziatico. Vivono in un fuori che ci accoglie con alcuni elementi basilari (la mano, la matita del disegno, i colori, le forme geometriche primarie, il volto…), una vera introduzione che è la dogana metalinguistica verso le piattaforme interne della Centrale.

Territori mentali
Il rapporto col territorio, qui come dovunque, ha bisogno di mappe, segnali, documenti. Necessita di un continuo aggiornarsi e di attente archiviazioni. Chiede elementi leggibili, flussi più oggettivi in cui la memoria si trasformi in un presente plausibile. Flavio Favelli racconta la New York del 1971 con una serie di vedute aeree, prese da un vecchio libro del Touring Club Italiano. Carlos Garaicoa ci narra una Cuba da cartolina con un intervento così didascalico da diventare un paradosso concettuale. Due momenti che ci portano lontano da Roma e avvicinano, nella loro freddezza documentativa, alle radici aperte del territorio meticcio.

Sala caldaie
Una volta dentro la Montemartini, si resta visivamente colpiti dai motori e dalle caldaie in disuso. Sono oggi degli incredibili reperti dalla natura ambigua: monolitici e drammatici nella loro memoria lavorativa; al contempo superbi e pop nel loro gigantismo impellente, una sorta di fuoriscala dai connotati surreali che proietta il luogo in uno strano futuro alla Philip K. Dick. Gli Stalker, entità al confine tra architettura etica e controllo figurativo delle azioni, non potevano che agire attorno al centro propulsivo della Centrale. Realizzando una nuova operazione che ripensa il luogo con la sua storia di energia prodotta e fatica quotidiana.

Visioni territoriali
Talvolta l’artista registra la dimensione realistica del luogo, sottolineando il valore compositivo della realtà involontaria, la sua natura mistica, il dettaglio simbolicamente significativo. Il gasometro pittorico di Andrea Chiesi è il giusto esempio per capire il misticismo e le alchimie invisibili di un’architettura urbana. Non è casuale che, inquadrando i tralicci in un certo modo, ne emerga una forma a doppia elica come il Dna. Altrettanto diretto eppure intricato il modo con cui Marina Paris usa il disegno per riaffermare la natura della Centrale: una riperimetrazione sottile che gioca sul rapporto tra pieni e vuoti, richiami diretti e astrazioni improvvise. Agli estremi del realismo si spinge Massimo Vitali che dialoga col territorio attraverso uno stile fotografico a campo lungo. Usando angolazioni poco usuali e formati importanti, l’artista inquadra la massa umana nei posti normali di una vita tipica. Uno sguardo per narrare espressioni e gesti, storie private e intrecci che ridanno l’umanità viva del territorio, gli sviluppi emotivi e sentimentali, le mille storie dentro e oltre il luogo.

Visioni extraterritoriali
Il viaggio nel territorio deve mantenere vivo anche il suo aspetto visionario. Torna quindi l’utopia del gesto creativo, quel modo in cui l’avventura artistica sposta l’assetto della normalità costituita. Ecco l’opera dichiarare la sua natura extrarealistica, l’ambizione veggente e rabdomantica, la pura visione sopra la materia del reale. Angelo Bellobono dipinge volti che sono dissolvenze su un paesaggio mentale, spicchi di un’umanità misteriosa dentro le dinamiche silenziose dei luoghi. Botto&Bruno scendono nelle periferie tra elementi ormai tipici: degrado, desolazione architettonica, pozzanghere, cieli plumbei. Il duo sceglie però lo scatto mentale, colorando la realtà con viraggi acidi che ribaltano la retorica sulla suburbia. Verso l’estremo metropolitano viaggia la componente visionaria di Giacomo Costa, sguardo davvero “clinico” sulle nature posturbane del territorio tecnologico. I suoi paesaggi vengono creati con calibrato talento digitale, offrendo un vertiginoso occhio panoramico sugli sviluppi urbanistici fuori controllo. Tre interventi col senso del chiaro avvertimento. Tre flash visionari in cui manualismi e tecnologia riflettono sul futuro del territorio e sulle urgenze dalla risposta necessaria.

Le articolazioni del territorio etico
Per alcuni artisti il territorio diviene luogo di ricerca tra antropologia e sociologia. Daniele Jost lavora su indagini fotografiche nei luoghi dalle memorie forti. Dentro le sue immagini, documentative ma mai fredde, inserisce elementi architettonici che creano il cortocircuito, regolando l’analisi sugli incastri estetici tra invenzione e realtà. Anche Rafael Pareja si avventura nelle storie dietro il territorio visibile, usando disegno e nuove tecnologie con la coscienza civica del ritrovamento, della scoperta di ambiti sommersi.

La natura ulteriore
Tra i problemi dell’espansione urbana ci tocca da vicino la decrescita delle aree verdi. Davide Sebastian riflette così sugli elementi che compongono la natura: alberi, piante e foglie in dettaglio. Ma lo fa con la cognizione del disagio posturbano, inserendo frammenti artificiali che si insinuano nella natura stessa, modificandola in modo sostanziale. Nel lavoro per la Centrale l’artista presenta alcune immagini con alberi che diventano antenne di ricezione/trasmissione. Forme in apparenza normali in cui si nasconde un pericoloso inquinamento tecnologico. Oggetti simbolici che misurano l’eccesso e chiedono un giusto rallentare, un ritorno all’integrità fondamentale del paesaggio verde.

La memoria come impronta
Ci avviamo verso la chiusura di un viaggio tra luoghi mentali e reali. Un quasi epilogo in cui torniamo sulla memoria come forma di cultura collettiva. E qui, sicuramente più che altrove, memoria significa scultura antica, volume marmoreo, iconografia classica. Ecco Maddalena Ambrosio che richiama il volto classico per inserire un monitor dentro la materia siliconica; Rocco Dubbini che moltiplica la statuaria in un affascinante meccanismo installativo; e poi Alex Pinna con alcune sculture in ceramica che richiamano forme senza tempo ma con piccoli scarti spiazzanti. Tre dialoghi con la statuaria classica in cui nuovi materiali e contributi elettronici danno la misura del territorio attuale, delle sue esigenze, dei suoi spostamenti epocali.

La vita quotidiana, i rumori, il mercato
L’epilogo ci riporta verso l’esterno urbano, come se il nostro giro chiudesse il cerchio in un flusso di vita reale che si fa nuovamente sentire. Siamo dentro la Montemartini, alcune sculture in ferro ricreano un piccolo mercato che manda in cortocircuito l’idea stessa del museo. Il gesto simbolico di Tommaso Cascella trasporta la vitalità mattutina degli ex Mercati Generali (a due passi dalla Centrale) dentro la staticità non commerciale del museo. E’ l’ideale chiusura del progetto dentro il ritmo odoroso del quotidiano, tra voci reali, profumi e rumori altrettanto reali. Un ritorno alla vita totale, al senso pedagogico del progetto. Un passaggio nel caos vitale affinché l’arte mantenga il suo carattere: che significa accendere la riflessione, evocare memorie e veggenze, aprire spiragli al senso.