a.v.c. alto volume corporale
 
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ALTO VOLUME CORPORALE è una mostra che nasce da un preciso obiettivo teorico. Un incipit espositivo che si svilupperà in decine di altri eventi, cataloghi, pubblicazioni, conferenze. Nonché, vista la necessità dello scheletro critico, in un mio libro (di prossima uscita) dal titolo Scultura Figurativa Contemporanea. Per adesso aggiratevi tra questi sedici artisti italiani: tutti coscienti del linguaggio prescelto, lucidi nei contenuti, rigorosi nella progettualità complessiva.

Giovanni Albanese crea volumi “vivi” attraverso il recupero dei materiali urbani. I relitti del quotidiano producono nuova energia con reinvenzioni primordiali, magiche, emozionanti. Vecchi calcolatori, una carrozzina o un frigorifero si muovono, sussultano, parlano. Altre volte una sedia o un pianoforte si illuminano con lampadine fiammeggianti. L’Albanese di ieri firmava l’opera per sviluppare fulmini in miniatura, un quadro murale per bloccare le ombre, le vasche ambientali per smuovere le sabbie. Oggi partorisce gli attori cubici che diventano squadra di calcio o navigatori di astronavi e automobili. Finché l’autoritratto ipotizza che le lampade infuocate vestano il corpo ideale. Una presenza ironica, trasfigurata nel cubo umanizzato che guarda il pubblico col suo testone ondivago. Davanti a lui immagino il recente canestro che, festoso e “popolare”, distende una rete luccicante per fermare la palla. Bloccata, ora e sempre, come in una moviola scultorea del gesto poetico.

Gaetano K. Bodanza affonda il colpo attraverso alcuni archetipi dell’uomo occidentale. In modo ironicamente lucido affronta l’infanzia, la famiglia e i temi cardine del vivere civile. Senza retorica, però, e con la coscienza di una cattiveria critica che capisci se decodifichi le metafore sul nucleo umano. Per fare ciò adotta una scultura dai grandi formati, iperrealmente pop nella sua natura, dirompente nell’approccio ambientale. Il salto concettuale arriva quando guardi l’opera e noti le sottili discrepanze dal vero. Lo scarto di Bodanza riguarda un percorso di clonazioni e mutazioni sempre più mascherate, difficili da distinguere eppure vicine alla verità del caos globale. Modifiche che aumentano i formati, accostano alto e basso, eccedono nell’oggettività. Il ritrattismo ieratico si rivolta nel suo doppio nascosto, nel lato artificioso che vive dietro l’apparenza classica della scultura (e della vita, ovviamente).

Volti e corpi dei nostri giorni balordi, fatti e fattacci di città in libera detonazione, dettagli estremi o semplicemente quotidiani, persone con la propria biancheria e i mille tic di ogni intima o spudorata storia. La scultura figurativa guarda dentro le folle, tagliuzza l’anima di alcuni, si muove tra stanze, feticci, follie e normalità casalinghe, tra i lumi istintivi della notte e la ragione ponderata sotto la luce diurna. Insomma, l’arte scultorea prende la vita che ci riguarda, rigira, rigurgita e rimastica. La digerisce col proprio mestiere, proponendo una tangibilità spiazzante, estrema nella sua realtà di materia e volumi. La scultura, insomma, è davvero viva e contemporanea, cattiva e onesta, libidinosa e ribaltante.

Nicola Bolla concentra la visione sulla testa di alcuni animali. Prende la centralità del ritratto storico, mette trofei da bestiario al posto delle persone ma non abbassa l’aura ambientale. L’opera esalta il lato prezioso del ritrarre figure, come se un capo senza corpo fosse l’arcano graal dell’energia assoluta. Bolla usa zirconi incastonati dentro una trama che diviene pelle luccicante e mutevole. L’ornamento femminile assume le fattezze di una contraddizione che gioca con il maschile e la forza fisica. Il gioiello non è più solo accessorio ma l’organismo scultoreo per definire la bellezza estendibile della natura. Che qui riguarda alcuni teschi nonché animali dall’aspetto selvaggio, serioso, talvolta poco rassicurante. Una riflessione ironica sui ruoli sessuali, sulle valenze di classe, sul legame tra codice dell’immagine e artificio ricostituente.

Michele Chiossi utilizza il cibo come complessa metafora della natura. Isola elementi, li elabora con nuove valutazioni di senso e formati adeguati, con materiali innovativi e soluzioni tattilmente perfezionate. Nelle sculture adotta le proprietà delle materie e del colore simbolico, ricreando un’ipnotizzazione formale dove il pensiero teorico ha lasciato impronte sulle apparenze commestibili. Complementare al designer Martì Guixé, Chiossi ha un approccio di spiccata figurazione ma lo elabora con attenti slittamenti astratti. Rende gli elementi naturali dei puri feticci che confondono lo sguardo: pronti a mescolare il reale e l’artificiale, la forma e la sua vita etica, la bellezza e la funzione. Gli alimenti sono un incastro di vita e cultura eppure si riflette poco sul loro valore antropologico e sulla funzione relazionale. Farlo con valori estetici e fiuto contemporaneo significa captarne il giusto peso oltre l’aspetto e il sapore.

Così come avviene da tempo in pittura, crescono gli scultori con caratteri comuni. Artisti autonomi nelle scelte e nei percorsi, eppure vicini nel modo di calamitare la vita nei volumi figurativi. Pur senza innovazioni reali è mutata la consapevolezza rispetto al linguaggio volumetrico. Si credeva che lo specchio del reale fosse appannaggio di foto e video. La pittura recente ha poi confermato come il quotidiano stia determinando un utile cortocircuito. Le storie normali, troppo complesse per ridursi a pura formalismo, entrano in un pennello che mette nuova linfa nei temi acquisiti. Daniele Galliano, ad esempio, racconta vita, morte e nessun miracolo di gente normale dentro la città sincopata. Il suo stile pittorico è figlio di Gerhard Richter senza che ciò implichi un limite, anzi. Sono i protagonisti dipinti e il loro contenuto a determinare l’onestà progettuale, il valore contemporaneo, la limpidezza del percorso.

Vittorio Corsini guarda l’ambiente domestico, i suoi complementi d’arredo, i dettagli che definiscono un luogo chiuso e le storie umane ivi contenute. Le sue sculture diventano proiezioni silenziose degli scheletri reali che determinano le forme quotidiane. Il tutto avviene tramite le proprietà fragili del vetro e i valori simbolici dei connubi formali. La sua materia non concede funzionalità, spostando l’asse dal design ibrido alla scultura che sintetizza l’idea nel pezzo unico. Ad alimentare i valori ci pensano quei contatti tra elementi poetici, rimandi sociali e storie private dietro ogni oggetto. Alcuni fiori dentro un mobile cambiano l’evidenza del conservare, i letti ci raccontano assenze che proiettano il gesto universale. La scultura fragile ricostruisce luoghi mentali e sensazioni che carezzano lo sguardo ma schiaffeggiano i pensieri distratti. Si scorre tra cose note che assumono un corpo insospettabile, concretamente ibrido nel suo delicato disporsi tra pieno e vuoto del mondo.

Enrico Corte indaga il concetto di sofferenza che attraversa il corpo e il cervello. Esterno e interno, pelle e membrane come ritmo speculare di eventi che rimbalzano dall’impalpabile al sensibile, dalla percezione alla sensazione. Un percorso di radicale sviluppo estetico, sempre connesso alle adeguate controculture visuali. L’artista fonde linguaggi e fenomeni specifici in una discesa nella dilatazione sensoriale. Usa dialettiche tra il cinema digitale e i reperti scultorei delle sue scenografie filmiche. “Videoache”, ad esempio, racconterà (appena terminato) la sofferenza sopra la pelle di oggetti antropomorfi. I box del “Dolorama”, invece, formalizzano quel dolore in opere di alto artigianato, complessi sottotesti e calibrata ironia. Le sue sculture ingrandiscono dettagli, isolano zone, esaltano il superfluo e l’assurdo. Attraverso il colore acido e la tattilità eccitante dei materiali, lo scavo nei meandri interiori diventa comunicativo, spiazzante, unico per forza e personalità.

La Scultura Figurativa Contemporanea fa qualcosa di simile a certa pittura: guarda il mondo, sceglie spezzoni di vita e li isola nelle tre dimensioni. Pesca alcuni pezzi dal veloce fluire di storie o visioni comuni. Prende momenti che attraversano lo sguardo e spesso scivolano nel dimenticatoio. Comportandosi come certo dipingere, segnala l’urgenza della selezione dentro il marasma. Una scelta di tasselli ancor più spietata, senza margine d’errore, rispettosa del passato ma pronta ad ogni innovazione nei materiali e nelle contaminazioni. Perché tanta radicalità, direte? Un’opera scultorea richiede un rapporto anomalo con il tempo e lo spazio. Si impiegano materie ingombranti, ci vuole investimento maggiore sotti vari profili. Gli scultori possono sbagliare meno degli altri perché devono colpire nel segno con pochissimi pezzi. La quantità produttiva non è un dettaglio superfluo nella valutazione dei significati.

David Fagioli conferma il filo storico che attraversa gli eventi plastici e giunge nella scultura odierna. Evidenzia un intelligente rispetto per le scuole greche e romane, per le basi di certo sapere e per un riutilizzo aperto della memoria. Il suo mondo usa quei riferimenti come incipit ma li asciuga dai complementi datati. I soggetti nascono nel gesso, nel ferro o nei materiali leggeri della ricerca chimica. Conducono a bassorilievi o a teste ieratiche, al verticalismo degli obelischi ormai piegati o ad interventi urbani spiazzanti. Forme sempre fuori registro rispetto all’accademismo, fatte per combaciare non con il passato ma con noi, coi nostri oggetti, con le nostre giornate. I coatti di periferia si tramutano in busti classici, ingrandimenti e riduzioni cambiano le coordinate della forma monumentale, i feticci generazionali si fissano negli obelischi o nei bassorilievi. A conferma che il valore presente nasce da una simbiosi infedele con la parte utile del passato.

Dario Ghibaudo analizza la natura vivente e il suo dinamismo organico. Indaga le possibili mutazioni fisiche, gli eccessi del lusso terrestre, i bastardismi tra categorie e classi inconciliabili. La fantasia potrete intuirla poiché si sottolinea la simulazione formale. Ma sarà una distorsione ben calibrata che riguarda la realtà tra letteratura e biologia, tra cinema e antropologia, tra fumetto e zoologia. Ghibaudo ha messo sottovuoto i tipi sociali usando una scala fedele al vero (avvocato, artista, suora, militare, giornalista...); costruito trofei con teste umane; creato tappeti plastici attraverso ibridi tra insetti, rettili e anfibi. Coi diorami ha reinventato piccoli set di un mondo che ingloba animali assurdi, piante impensabili e paesaggi apocalittici. Stanza dopo stanza, anno dopo anno, l’autore sta definendo il suo Museo di Storia Innaturale (che raccoglierà l’intera carriera dell’artista). Una volta terminato, diverrà il più imponente progetto di ricostruzione della natura mutante e mutata.

Un occhio socchiuso, un labbro sensuale e un braccio tatuato non capitano lì per caso. Quei brandelli vengono verso le nostre storie e devono funzionare come fossero l’unica opera che dice tutto nell’uno. Le sculture ci appartengono con la loro universalità: e per farlo necessitano di una sintesi che racchiuda il massimo (energia di contenuti) nel minimo (un unico pezzo esplosivo).

Andrea Nurcis traduce il proprio status vitale con un’ossessione generosa e totalizzante. Ogni lavoro è denso, aggressivo, insanguinato nel suo istinto primordiale. Scultura dopo scultura, Nurcis scandaglia la forma “corpo” con una profondità atavica e prismatica. Che poi significa capire la propria mente e il modo in cui questa governa spirito e carne, pensieri e gesti, norma ed eccesso. Attraverso la scultura, sensibilmente connessa al disegno e alla pittura (che completano l’eclettismo funzionale dell’artista), cresce un lavoro radicale sul se stesso, sui propri doppi e sull’opera che si moltiplica in modelli e stili contrapposti. Nurcis altera, estremizza e ripensa i canoni del corpo umano. Proietta le visioni mentali sulle varie iconografie della fisicità. Dicendoci che ogni organismo possiede un’energia unica, inimitabile. Talvolta più quieta e silente, altre volte radicale per necessità fisiologica e cerebrale. Nel caso di Nurcis, inutile dirlo, la seconda strada sembra connaturata alla sua integrità.

Simone Racheli inizia sempre dalle persone: prima formulate in scala realistica, poi mimetizzate nel paesaggio che le ospita. Costruisce personaggi riconoscibili, quotidiani quanto basta per credere che un astronauta sia un nostro amico innamorato delle tute da cosmonauta. Ad ogni opera cura i minimi particolari, determina precise movenze ma lascia il segno della manualità che non cerca il puro iperrealismo. Ai suoi “amici” modifica un dettaglio per alterare il codice ovvio del ruolo sociale: l’astronauta in tuta da missione legge un quotidiano, un amico collezionista spunta dal muro con il pennello da imbianchino, l’ecoterrorista aziendale stringe in mano un detersivo. Sono persone riconoscibili che emanano qualcosa di poco preventivato, forse “pericolose” ma probabilmente per giuste cause. Si confondono negli ambienti e convivono bene con la realtà in movimento. Cambiano la percezione culturale della cronaca, sviluppando alterazioni che nascono da sinergie con l’ambiente spaziale e l’interazione umana.

Pieno merito ad una generazione che non si impaurisce e segue le orme profonde di Pablo Picasso, Marcel Duchamp, Kurt Schwitters, Man Ray, Salvador Dalì, Claes Oldenburg, Pino Pascali, George Segal, Luigi Ontani, Gianni Piacentino, Aldo Mondino, Gino De Dominicis, Louise Bourgeois...

Antonio Riello non ha mezze misure a proposito di ironia e intelligenza. Il suo intero percorso scardina la certezza del regolamento sociale, sgretolando le differenze di classe, sesso, cultura e religione. La scultura è sempre stata la sua fedele compagna espressiva, intervallata da equivalenti legami con il web, il videogame e la fotografia digitale. Quella di Riello è una volumetria che adotta i termini installativi del progetto. Si confonde con gli accessori e i suppellettili casalinghi, con mobili e complementi, con i gadget e i giochi per bambini. Entra negli ambienti in forma silenziosa e mimetica. Ma sempre per dissacrare, al ritmo delle varie intuizioni, qualsiasi retorica consolidata. Due gabbie appese al soffitto sono i rifugi per bimbi impertinenti. Fucili e pistole si imbellettano con pellicce e stoffe per soddisfare le signore violentemente snob. Un tavolo da tortura attende il suo ospite per una serata disarmante. La vita è anche qui: a conferma che nessuna costituzione sancisce limiti all’individualità dello sguardo.

Maurizio Savini usa il colore/materia come corteccia morbida per riformulare la visione delle cose. Una griglia di chewing gum rosa (la Big Babol che faceva palloni di “maleducata” grandezza) rende scultoreo ogni elemento prescelto. Una scarpa o un mitra, un corpo umano o una finestra diventano sculture con una pelle mentale sopra quella d’origine. Le fisionomie restano identiche al vero ma portano ad un passaggio di materia e odore, di tattilità e astrazione, di rigore apparente e ironia ben dosata. Savini usa il modulo gommoso con raziocinio ossessivo, frutto di addizioni che edificano la forma odorosa di un mondo interamente mentale. Ci sono alcune figure archetipiche e molti oggetti che segnano l’assenza o la pausa, l’attesa e la passione trattenuta. Una tensione catartica sembra l’aria ideale che avvolge i volumi rosa dell’artista. Ad ulteriore conferma che bisogna affrontare le cose note con coscienza iconografica e raziocinio dissacrante.

La scena internazionale dimostra l’estensione di certa scultura figurativa. Damien Hirst, Dinos & Jake Chapman, Ron Mueck, Takashi Murakami, Gavin Turk, Tony Matelli... sono esempi calzanti, solo alcuni tra le molte cose in giro, per valutare un modello espressivo del presente.

Paolo Schmidlin e il mezzobusto in terracotta policroma: una sinergia che pone interrogativi centrali nella scultura odierna. Secondo l’autore bisogna procedere secondo le regole classiche del modellare; scegliere soggetti riconoscibili dell’immaginario civile; imprimere colori realistici alla pelle e al resto. Insomma, usare il talento manuale come vuole una tecnica antica. Ma facendo un salto strategico: che riguarda il viaggio morale nella società degli estremi e della libertà rischiosa, della solitudine e del disagio. L’intuito per i tipi sociali ci offre il lato iperreale e melanconico di un mondo che riguarda la vita e la sua dignità impagabile. Signore fetish, transessuali, strani angeli, prostitute, mistress, androgini, drag queen, marinai muscolosi, anziane borghesi con troppo lifting... spiriti vaganti che diventano bellissimi nel rigore della propria unicità. Corpi beccati in flagrante mentre la vita scava grotte sulla loro pelle. Un salto duro ma davvero generoso nelle identità che scelgono di solcare il limite.

Francesco Scialò assorbe molte materie povere, mescola elementi, impasta e ricrea il suo mondo di metafore sui fatti delle cronache popolari. Cito “Twins”, un capolavoro che mi ha (stupendamente) turbato per l’intelligenza nel riassumere un fatto epocale. Due gemelle, mano nella mano, ricoperte da una pelle-abito coi colori della bandiera statunitense. Significa dire tutto con pochissimo, un merito che Scialò possiede per talento, sensibilità e pulizia morale. I precedenti personaggi, illuminati da piccole lampadine che ne avvolgevano la pelle, erano altrettanto duri, intuitivi e poetici. Un mondo con radici nei culti popolari, quasi un viaggio tra tradizioni e mistero, passato e futuro, cronaca e fantasia. Tutte le sculture vivono di continui scambi tra il titolo e la loro presenza spaziale, giocando con la cronaca ma non dimenticando l’universalità del linguaggio visivo. La sua scultura, come in altri casi esemplari, mostra la necessità di un attaccamento filtrato con le proprie radici.

Vorrei chiudere con alcuni spunti da cui tutto parte. Marcel Duchamp come capofila, ovviamente e chiaramente: prendere forme del quotidiano e intingerle nell’aura ha cambiato la prospettiva della visione.Il suo controcanto dadaista era Man Ray: che copriva l’oggetto per renderlo più visibile rispetto alla sua presenza normale. E poi c’era Kurt Schwitters, demiurgo scardinante che accumulava per ridurre il mondo alla sua sintesi babelica. Pino Pascali, qualche decennio dopo, indagò gli sviluppi delle materie povere in una coscienza sorridente ma cattiva, eticamente indisciplinata. In terra statunitense lungo le onde pop, Claes Oldenburg trasferiva i feticci da supermarket nelle forme morbidose e poi gigantesche dei suoi volumi colorati. Per Duane Hanson, maestro di iperrealismi inquietanti, le facce tristi di un’America diffusa erano i soggetti dei suoi corpi in scala 1:1. Mentre per George Segal, maestro di una versione metafisica del corpo reale, il calco in gesso rappresentava l’ombra che segue ognuno di noi.

Silvano Tessarollo ha usato la cera industriale come elemento formulativo del suo mondo. Per anni è stata la pelle di un’umanità particolare. Fatta di maschi e femmine, buoni e cattivissimi, adulti e ragazzini: tutti assieme per una lotta vitale che non risparmiava gesti violenti, eccessivi, al confine tra moralità e sopravvivenza. Il mondo di Tessarollo mette la vita, quella primordiale di chi lotta, dentro goffi pupazzi dalle facce simpatiche. In scena scopriamo situazioni cittadine, domestiche, vacanziere, fino a vaghi scenari da puro delirio urbano. Ogni volta si parte dalla sensazione visiva del gioco, finché qualcosa ribalta gli stereotipi e sottolinea le assurdità del reale. La stessa cosa che, adesso, Tessarollo sviluppa con una complessa tecnologia elaborativa. La nuova scultura in poliuretano sfida gli iperrealismi, aumenta i formati e insiste su un’umanità burrosa, morbida ma imponente. Vecchio e nuovo lavoro trovano così un legame di “pelle” che affina le lame del contenuto sociologicamente vivo.

Adrian Tranquilli insiste sulla cultura del supereroe, vero dignitario dell’eroismo morale. Lo scenario fantasy, chiariamolo, non limita l’artista se si pratica il concetto alto dietro Batman o Superman. Sono personaggi che nascono dalla vita, dalle utopie sociali, dalla visione “religiosa” del mondo violento. Tranquilli, non a caso, svuota i protagonisti del vincolo fumettistico e li regola come icone di un flusso arcaico che arriva a noi. Non trovo distanza tra i Cristi della pittura antica e i gli eroi positivi di un’invenzione che vuole il suo dogma. L’opera si connette con la religione, l’antropologia e la scienza genetica. Il Cristo crocifisso, per esempio, ha una pelle d’argento e si presenta con lo stemma di Batman sul petto. Tranquilli inizia con riferimenti “bassi” e ne smonta il meccanismo apparente. Poi li contamina con le radici “alte” dell’immaginario e vira verso strutture filosofiche mai unilaterali. L’opera è un pezzo di mondo ibrido dove le contrapposizioni convivono. A riprova che combinare linguaggi e idee ricrea una sacralità di cui abbiamo ancora bisogno.

La Scultura Figurativa Contemporanea inizia dalla vita vera, attraversa le stimolanti distorsioni dello sguardo e torna nella realtà prosaica. Guarda il mondo con occhio sensibile ed ironico, sintetico e contaminato. Gli scultori figurativi alimentano il filo disteso della memoria ma si “sporcano” coi veleni del progresso. Nuovi materiali, gamme cromatiche senza limite, macchinari complessi, fusioni “impossibili”: tutto questo convive con antiche formule, materiali che tornano vivi, citazioni espressamente sottolineate. Il futuro, ancora una volta, rivive tra le membrane di un passato utile.