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ROMA: 196019992000...
Dicembre 1999, siamo a Roma per toccare il tema censorio secondo prospettive trasversali sul versante artistico. Operando in questa città col desiderio di aggiustarne il tiro, non potevo che tirare qualche bilancio in merito. Il discorso della censura rimane tra i più stimolanti per capire steccati e finestre del fortino creativo. L’intento del progetto rapporterà tale spunto con una coscienza evolutiva delle arti visive a Roma. Il percorso parte così dagli anni Sessanta, momento di esaltante vitalità che dice quanto la città entrò, ed entra tuttora, nell’ossigeno e nel sangue delle opere. Mi concentro su Roma senza provincialismi ma solo per centrare un tema che lo richiedeva. Da una parte poiché tale evento nasce nel contesto cinematografico, da sempre timbro indelebile sulla metropoli ribollente. Poi perché il mio background vede i film tra le prime passioni, sia personali che lavorative. Infine, visto il doppio e incombente binomio cittadino (Politica e Chiesa), non vedo luogo migliore per approfondire il rapporto tra arti e censure. Tirando quei fatidici bilanci, Roma parla di censura come pochi altri luoghi. La città entra nelle vene e arterie, si adatta tra le geografie del cervello, cambia i sentimenti e le azioni. Segna la pelle con un rosso indelebile, colora le visioni e si imprime sulle memorie. Non parlerei di arte romana ma di arte creata a Roma. Di artisti che si sono fatti scegliere dalla Capitale. Di opere che “sentono le campane” in modo provocatorio, comunque ineliminabile e “peccaminoso”. Il tessuto dell’opera qui cambia natura, imprime nell’immagine gli echi vitali del luogo. Volente o nolente, chi sceglie Roma ne cattura il quid che la tiene in piedi lungo i suoi destini leggendari. Potete censurare tutto ma mai la città stessa. A voi gli occhi, please!
CENSURARE / CENSURARTE
Le arti visive rappresentano l’antitesi naturale a qualsiasi processo censorio. L’opera d’arte aziona l’ingegno individuale e lo rende libero. Gli unici vincoli, ma non si tratta di censura, riguardano i mezzi tecnici e le idee in movimento. Nel primo caso sono le disponibilità pratiche (forza economica, atelier per operare, spazi adeguati per i progetti...) a limitare certe scelte. Nel secondo caso i fatti possono costringere a normali modifiche. Importante è che ciò non sia la discriminante da cui cambia la verità degli intenti. L’arte visiva, per codice genetico, non vuole censura poiché schiva una fruizione necessariamente collettiva. Il cinema, invece, tiene conto di un mercato e di investimenti finalizzati al profitto. Un regista può dirsi libero ma deve contare su un pubblico aperto, su alcune moralità stilistiche e sui contesti distributivi. Al contrario, il quadro nasce e scorre nella dimensione privata. Entra nel mercato ma secondo una proiezione che dall’artista lo porta ad un fruitore/compratore. Nel momento in cui acquista visibilità collettiva, l’opera si assume piena responsabilità e non necessita del medesimo consenso filmico. Insomma, un artista può davvero raccontare qualsiasi cosa, un regista deve adeguarsi al contesto. Se censura esiste nell’arte può nascere per due motivi: perché l’autore riflette sul tema in questione; oppure perché attua una forma censoria (volontaria o meno) sul proprio lavoro. In tal caso perde energia l’opera stessa, si esaurisce la carica propulsiva di qualcuno nel pieno delle libertà. Il primo caso ha invece giusto senso, riguarda la scelta specifica di un tema. E, soprattutto, prende forza quando parla di censura con l’energia delle icone simboliche.
ROMA: DICEMBRE 1999
Non sperate di trovare facili riferimenti al tema censorio. L’arte ha leggi particolari, conosce il pieno potere della metafora, gioca bene coi simboli. Sulle opere si racconta la censura con pure invenzioni, messaggi trasversali, anomalie visuali. I quindici artisti, scelti con la coerente incoerenza di un critico libero, completano un discorso che il cinema introduce. Distribuiscono spessore ai pensieri che nel film prendono forma narrativa. L’arte vive oltre la narrazione, isola alcuni apici del racconto per renderli simbolici. Il cinema racconta la censura, l’arte ne trova il simbolo e la metafora. Funziona alla grande un connubio espositivo tra arte e cinema sul tema censorio. Rende giustizia ad entrambi i linguaggi, i quali fissano il mondo su supporti da incorniciare. Il cinema mette in movimento le registrazioni tra le cose, mandandole sul quadro bianco dello schermo. L’arte visiva blocca su un supporto i singoli frame dal movimento interno. Gli artisti rimangono statici per necessità ma hanno la concezione dinamica dell’opera. Evidenziano lo scambio intelligente col linguaggio scorrevole della pellicola. Dipingono o fotografano, usano il computer o altre tecnologie per trovare i dinamismi della figurazione. Qui non avrete ipotesi astratte poiché la figura si adatta meglio allo scambio linguistico. Se astrazione esiste sta nel processo figurativo, nel suo modo di slittare dal puro realismo. Sul diaframma tra figure e rielaborazioni nasce il mio progetto. E scorrono i quindici artisti lungo la città...
ARTISTI/ROMA/(NON)CENSURE
Un ideale inizio sussiste, da me voluto per tante ragioni: parlo dei primi anni Sessanta, momento che oggi rivive nell’arte di alcuni e nei ricordi di molti. Ricordo Mario Schifano, maestro indiscutibile di una Roma che rivoltava il quadro e la figurazione; e poi penso ad Alessandro Gianvenuti, suo erede possibile, simile a lui per intuito visivo, autonomia interiore e potenza complessiva. Accanto a Schifano operava il più sottovalutato dei romani, quel Franco Angeli che in alcune opere toccò i vertici di una pittura eccellente. Esagerò in tutto, anche nella quantità di brutti quadri in fase avanzata. Ma quei pezzi anni Sessanta, l’uso anomalo della svastica o del mezzo dollaro non hanno tanti rivali. Quanta censura si frantumava attraverso Schifano e Angeli, quanti falsi miti cadevano sotto i loro colpi di colore clamoroso, fisicamente pieno, denso di storia a misura di presente. Furono uomini eccessivi, ormai celebrati nelle cronache dei casinisti capitolini. Morì presto l’altro gigante Pino Pascali. Capì il futuro della scultura figurativa, intuì il valore dei feticci e del riciclaggio, diede le regole per l’Arte Povera: grandissimo ma il 1968 se lo portò via lungo il Muro Torto. Andava in moto, correva, e poi bye bye. Con loro si aggirava Tano Festa, straordinario interprete dei simboli, della storia e della citazione mediatica. A dare ulteriori input ci furono Sergio Lombardo e Renato Mambor col loro bagaglio di intuizioni. Lombardo inventò i “Gesti Tipici”, quelle sagome nere che cambiavano il senso e la morale del peccato politico. Nel censurare i volti famosi apriva lo sguardo sulla memoria, dava forma al futuro, ricordando che ogni ombra cela sempre una storia aperta. Anche Mambor ebbe un’ossessione eccellente coi suoi “Uomini Statistici”. La sua era la timbratura degli spazi attraverso il tempo dello sguardo analitico. Il concettualismo diventava forma ma rimaneva riflessione pittorica, iconografia intelligente: segno di quel che molti, in seguito, avrebbero recuperato con poco rispetto storico. Per la mostra Mambor ci regala un nuovo pezzo: la figura umana resta centrale, controlla gli accadimenti storici e valuta l’esterno con neutra distanza. Due donne furono vitali per energia e talento: la prima fu Titina Maselli con una pittura neofuturista notevole. Tra sport e architetture, tra moto e figure anticipò la frammentazione mediatica del digitale. L’altra donna fu Giosetta Fioroni, ancora vitale con una creatività che ricompone un mondo di sogni sopra la realtà. La Fioroni scivola tra colori e forme, si mescola con la materia e inventa continui sbalzi dal realismo. Anche per lei, lungo quegli anni romani, l’idea giusta diventò il rileggere la cronaca con immagini sintetiche. Aveva giuste cattiverie, qui in mostra rappresentate da un pezzo di strepitosa potenza. L’ustionato vivo sfida qualsiasi moralismo visivo e impone un confronto col proprio coraggio. Una minima modifica ha rimesso in vita l’opera, affinché l’autocensura rompa la censura dell’oblio. Per gesti simbolici rimane grande anche Fabio Mauri, non dimenticando che fu sua la sintesi filmica nei quadri a schermo monocromo. Con Jannis Kounellis i simboli cittadini diventavano pittura. Con Mario Ceroli il movimento divenne scultura in legno di nuova concezione. Con Cesare Tacchi la pittura entrava in superfici gonfie, modellate come forme femminili. Con Francesco Lo Savio la luce diventò un concetto su superfici tangibili. A Roma si aggirava il grandissimo Gastone Novelli, un altro che lasciò l’asfalto troppo presto. Luca Patella scattò foto geniali, fece film e ironizzò sull’ironia tramite le idee. Fece molto Gino Marotta attraverso oggetti strepitosi, creando il vortice espositivo del Mana Art Market. Nei tardi Sessanta sbucarono come lampi Alighiero Boetti, Maurizio Mochetti. Luigi Ontani esordì poco dopo, il sottovalutato Claudio Cintoli viene oggi dimenticato ma fu notevole. Io non ero lì ma le cronache e le opere servono a questo: il tempo non può censurare nulla e le bellezze raggianti, prima o poi, spuntano tra i tetti di tegole e antenne. Da Roma, andando oltre: dove tutto, prima o poi, si rimette in sesto...
Dopo loro venne altro, come sempre accade nella storia. Ma la memoria ci ricorda che ad un grande momento segue un recupero attraverso la normalità. Roma fu incredibile negli anni Sessanta, meno attraente nei Settanta, talvolta noiosa nel passato decennio, superbamente in crescita nei nostri Novanta. Il calderone dei passati decenni bollì prelibatezze e scarti: qualcuno ne uscì ben cotto, altri furono bruciati e non si ripresero facilmente. I segni li vediamo tra chi perde colpi e chi non innova o rinnova. Qui in mostra non avrete alcuna cronologia di eventi ma solo lampi, spunti umani da cui nacquero strade di goloso e variabile interesse. Non prendete il testo per un prontuario storico: al contrario, chi cito ha colpito il mio sguardo, talvolta appartiene agli incastri di un progetto, altre volte fonde insieme le due cose. Comunque rende concluso questo edificio, autonomo per sua natura, rispettoso degli assenti e soprattutto di se stesso.
Enrico Manera, per esempio, mi ha colpito col suo eccesso. Capì Schifano e ne proseguì alcune frequenze. Andò dove l’altro non si addentrava, affrontando i loghi del cinema e altre icone con superba libertà cromatica. Manera agisce su immagini predefinite e ne cambia la natura, ne rimette in moto la bellezza nascosta, si inventa una moltiplicazione del reale. Ad esempio ha raddoppiato un ritratto di Bernardo Bertolucci sulla sedia elettrica. Citando Warhol e la frontalità rinascimentale, l’artista ha giocato con l’uomo censurato dai costumi (ricordate “Ultimo Tango a Parigi”?). Scherza ma fa sul serio, a modo suo, come gli spiriti distratti da molteplici bellezze. Il suo è un universo che viene sviscerato con energia bulimica. Manera ingoia frammenti, li digerisce nel colore e li rianima di nuove pelli. Aggiunge ma capisce il punto limite e si ferma lì. Dove nascono gli abiti che fa indossare alle immagini.
Una conoscenza indotta ma positiva mi ha disvelato Massimo Liberti, uomo schivo, timido come i suoi lavori di microframmenti salvati. Bravo nella fotografia in bianconero, Liberti capì che graffitismo, pittura e foto potevano crearsi uno spazio di armonica bellezza. Erano gli anni Ottanta e per l’esposizione ho voluto recuperare quel lavoro, a riprova che le censure non valgono per un passato da rivalutare. Nel quadro troverete riflessioni sparse sulle cose. Vedrete uno sguardo libero rispetto al contesto culturale. Si parla di natura, nucleare, ecosistema, non a caso in anni che accesero gli animi di molti (ricordate Keith Haring negli Stati Uniti?). Una stella solitaria tra le ricerche romane del passato decennio. Non mi interessa quanti la capirono, conta il fatto che fu un segno forte rimesso in libertà.
Rinaldo Piras, scultore che conosce il marmo come pochi in Italia, qui in mostra censura l’opera autografa. L’autore occlude la sua scultura con una riduzione dello sguardo. Annulla se stesso, stimandosi in modo anomalo e chiudendosi alla visione altrui. Parla di guerra e violenza, racconta il corpo femminile martoriato, la brutalità degli esseri umani. Lo fa con blocchi di marmo ad altorilievo, messi su una specie di bulbo oculare inclinato. Sopra l’opera si appoggia una lastra ricurva che rallenta la visione, dando uno scarto censorio a chi si alimenta di retorica. Guardate la scritta sulla lastra e capirete dove andare coi pensieri. La sua opera, fortemente classica nell’approccio materico, si spacca in varie parti e trova uno strato di occlusione. Gioca con l’accademismo per valutarne le soluzioni di contemporaneità.
Nel caso di Andrea Mongini vediamo l’artista stesso davanti allo specchio. Qui si mette a nudo l’autore: sia letteralmente nelle due pose a figura intera, sia rispetto al proprio passato creativo. Attorno all’autoritratto spuntano decine di frammenti sparsi, pezzi vaganti di un flashback consapevole. Sono le particelle che costituiscono la ricerca artistica di Mongini, il suo maniacale immaginario di memorie sparse. Non esiste limite se non la curiosità e l’appartenenza alle proprie emozioni. Oggetti anomali, cose conservate, piccoli ricordi di una memoria che respira: tutto diventa proiezione incensurata di un corpo che sceglie il confronto.
A Roma nacque la Transavanguardia sotto il talento di Achille Bonito Oliva. Enzo Cucchi continua con una pittura di antropologia astratta. Negli anni Ottanta, però, Roma esagerò con anacronismi e citazioni. Si appagò di un pennello che solo Stefano Di Stasio e Carlo Maria Mariani (dei primi lavori) resero concetto. Oggi spunta Andrea Salvino a rompere il giochino anacronista: tra cronaca e stile ottocentesco, tra politica e ironia, l’autore si reinventa il paesaggio su cui molti abusavano. A Roma sbucò, anni addietro, la figura di Piero Pizzi Cannella, talento poetico che mi ricorda il cinema di Abbas Kiarostami. Come l’iraniano struttura racconti sul limite del nulla apparente, così Pizzi Cannella emana energia con piccoli oggetti in un mare di monocromie luminose. Nella capitale di ieri prendono luce le panoramiche domestiche di Sergio Ceccotti, ancora sottovalutato col suo dipingere tra thriller e letteratura. In città maturano, tra ieri e oggi, i ritratti femminili di Paola Gandolfi, artista incisiva e minima, introspettiva lungo un arco di corpi frazionati, mentali. Riflessioni silenziose sul corpo astorico per Stefania Fabrizi ed Elvio Chiricozzi, due giovani dalla maturità ormai visibile. Dipingono figure aliene, tra i mosaici della piscina al Foro Italico e una sintesi epidermica al grado minimo. Vanno oltre la citazione con un corpo che è solo cerebrale: tra passato, futuro e tempi interiori.
Grande scultura con Paolo Canevari e Adrian Tranquilli. Canevari è artefice di un uso sapiente delle materie minime, a riprova che si può oltrepassare l’Arte Povera attraverso ironia, senso del nuovo tempo e rispetto per valori unici. Tranquilli costruisce pure anomalie a tre dimensioni, in bilico tra ironia del fumetto, religione rivista e antropologia a misura di intelligenza.
Tornando alla pittura, un posto spetta ad Alberto Di Fabio, Franco Giordano, Marco Colazzo, Massimo Orsi e Gioacchino Pontrelli, pittori diversi ma con un comune vitalismo, ricco di coerenza e trasversalità. E poi emerge, sempre negli ultimi anni, il talento innovativo di Cristiano Pintaldi, Fabrice de Nola e Matia: artisti eccellenti tra tecnologia e manualità, tra influssi mediatici e classicità compositiva. Hanno un’energia davvero ammirevole.
Roma, non dimentichiamolo, è la città italiana che vede più vive le ricerche tra arte e tecnologia. Qui cresce il giovane Alessandro Gianvenuti, ammirevole e ammirato per la lucidità con cui reinventa la pittura. L’artista usa se stesso dentro un complesso progetto digitale. Sfrutta le tecnologie ma con la consapevolezza dei valori iconografici. Prende il corpo e lo rende un oggetto di scavo introspettivo, a metà tra Francis Bacon e Mario Schifano. Gianvenuti conosce le seduzioni energiche del colore, il potere dell’inquadratura, i valori del gesto universale. Con lucidità cattura le immagini mediatiche e le rivolta, creando il cortocircuito tra velocità quotidiana e tempo immobile dell’arte visiva.
Altra ipotesi matura ha il nome di Giuseppe Tubi ovvero, un’entità che esiste come esclusiva presenza informatica. Sotto falso nome si maschera un artista che non appare ma lascia spazio alle opere. Giuseppe Tubi metabolizza l’universo mediatico con sensibilità futurista e coscienza classica del mezzo. Spulcia senza confini tra qualunque immagine catartica. Blocca il climax massimo di un gesto e lo rende il prototipo di quel gesto. Così accade nel ciclo sulla pornografia, punto limite nella sua ricerca tra figura e astrazione. Così accade tra volti scomodi, pezzi di cinema difficile, storie dure, bellezze femminili, metropoli al microscopio: dove gli atti vanno oltre l’evento e ci svelano l’invisibile del vero.
Sempre in tema tecnologico ricordo il talento di Matteo Basilé, famoso per i suoi ritratti digitali che hanno sferzato la noia del manierismo capitolino. A Roma proprio Basilé, assieme al sottoscritto, ha iniziato un preciso sgancio storico da chi combatteva i mezzi digitali. Le cose odierne appaiono cambiate, le censure di alcuni sono morte in un comodo torpore. Lui, Gianvenuti, Tranquilli, Rafael Pareja e altri rilanciano il domani cittadino. Qui a Roma nasce il futuro in modo strano, senza il clamore delle metropoli d’acciaio ma con impatti che vanno in profondità, dove solo un luogo atemporale lo permette.
Rimanendo nelle tecnologie non si dimentichi Roberto Carbone, tra i primi ad usare la tecnologia sul quadro. Nei primi anni Novanta lottava contro un dilagante disordine culturale, quando si dimostrava una spiacevole distrazione mediatica. Il suo stile unisce collage, manualità e stampe avanzate. Le dicotomie di Carbone mettono in gioco religione e cibo, droghe e simboli, archeologia e futuro. In mostra rappresenta uno sguardo sulle censure più comuni, riviste in un campionamento di strane unioni. A riprova che tutto è relativo, soprattutto il moralismo dei presuntuosi.
A cavallo tra gli ultimi decenni, Roma regala una stella solitaria come Francesco Impellizzeri. Un autore a più facce che crea personaggi e gli costruisce il set necessario per esistere. L’artista idea costumi, scenografie e musiche per i suoi alter ego. Li fa vivere durante le performance e poi ne fissa la memoria su grandi foto a colori, corredate da cornici in tema col personaggio. Impellizzeri gioca tra kitsch e cultura pop, tra manie private e costumi sociali, tra morale e moralismi. Inventa attori di un gioco trasgressivo ma non retorico, stilando un albo di azioni tra il serio e il cinematografico. La sua è la biografia di un artista coraggioso, cresciuto in una Roma vaticanense, pronto a non censurarsi mai. Spesso sottovalutato, Impellizzeri è tra i più alti prodotti culturali della città. Simboleggia l’arte corporale che insegue spazi liberi. Dentro le azioni ma col valore di un ritrattismo “classico”.
Un’eccellente vitalità che mi porta ad un altro protagonista romano, l’autore di origini spagnole Esteban Villalta Marzi. Lui ha sangue rossissimo e impone una pittura che supera il fumetto in grande stile. Mischia i generi fantastici con la cronaca, la fantascienza coi fatti metropolitani, l’intuito col talento per il colore. Nel ciclo “Blood Runner” parla di toreri incombenti sulla città distrutta. Il taglio è tutto filmico, come se una cinepresa riprendesse questi gulliver da corrida urbana. Ci regala due simboli su chi rovina le metropoli, sugli errori di una politica che incombe, sui disagi di varia natura. Temi retorici che interpreta coi toni del gioco: in apparenza facili eppure complessi, al confine tra due paesi (Spagna e Italia) che della trasgressione hanno fatto la propria doppia vita.
Altra bella pittura nasce dalla mano di Massimo Rossetti. Nel panorama romano segnala riflessioni sulla censura attraverso una natura filmica. Metabolizzando le utili fotografie, l’artista si regola su tagli da cinepresa e ne comprime alcuni istanti. Gioca con angoli anomali, fuorifuoco eccitanti, soggetti da storie possibili. Al contempo evita il realismo tramite stesure particolari, più vicine ad una memoria sommersa che salva solo alcune immagini. Rossetti annulla la figurazione nel colore, riflette su come le immagini entrano nel circuito temporale. Quelli in mostra sono quadri sui temi della pornografia in città. Vediamo camminate urbane che integrano sexy shop e cinema a luci rosse. A riprova che il tessuto del futuro chiede libertà nei costumi ed un’immoralità più morale.
La giovane pittura, sia chiaro, schiera anche i giusti contrappesi al femminile. Ricordatevi di Maddalena Mauri, un fuoco pittorico che prende forma su grandi tele o carte riciclate. Dipinge corpi o volti, aggiunge parolibere sparse, rende acidi i fondali. Violenta la pelle con un tratto carico, nervoso fino al paradosso di un ordine nel caos. La Mauri ha il primo piano nel sangue, capisce gli occhi e le emozioni dei suoi attori, rende un sentimento attraverso la postura su un letto. Ci racconta la sfera intima, fino al limite massimo. Affonda nel dolore e nelle estasi domestiche, guarda dove qualsiasi censura non ha mai accesso. Assieme a Gianvenuti, Fabrizi e Gandolfi rappresenta il viaggio magmatico sottopelle, dove si rischia l’intimità ma si racconta il ribollimento interiore.
A metà tra pittura e tecnologia troviamo Lidia Bachis. Lei dipinge ritratti speculari in due parti, incrementando la sua galleria di volti che abbiano una storia forte alla spalle. Adotta il primo piano e cerca possibili scambi tra manualismi e specularità digitali. L’ulteriore conferma che la pittura può assumere connotati diversi, talvolta elettronici, ma non per questo riduttivi, del linguaggio. Il nuovo soggetto scelto dalla Bachis è Lara Croft, eroina fantasy che irrora l’immaginario collettivo. Mi fa piacere ritrovarla in una mostra dove proprio il fumetto crea una seconda realtà contro le reali censure. Tra vita fisica e vita virtuale, Lara Croft simboleggia il nostro rapporto con la tecnologia, la potenza femminile e la con libertà mentale di tutti noi.
Infine, sempre in tema di donne all’altezza, ricordo le fotografie in bianconero firmate Rosetta Messori. Rappresentando l’aspetto più realistico del progetto, presenta alcune stampe da una serie su Bagdad. Pezzi in bianconero che puntano lo sguardo su una cultura difficile, simbolo mondiale di un fondamentalismo che censura i liberi pensieri e l’evoluzione dei costumi. La Messori ha conoscenza notevole del mezzo e inquadra con l’abilità dei fotopittori. Non cade nel puro reportage ma rende astratta l’ambientazione. Esalta un semplice dettaglio che ci sussurra dove siamo senza dircelo.
Il viaggio finisce qui, almeno per ora. I quindici artisti parlano a fondo con le loro opere sul muro, dove nessuna censura può vietarne la conoscenza e l’interpretazione. Hanno viaggiato in un percorso romano con decine di altri nomi, probabilmente il meglio che questa città abbia offerto negli anni. A loro si aggiungono i giovanissimi che stanno lavorando con lodevole impegno, sempre più liberi nel valutare i linguaggi aperti della globalità mediatica. Roma e i suoi migliori artisti hanno un qualcosa che li accomuna: unire la sapienza compositiva con una trasgressione dura e intelligente, carica eppure sottile. La città non permette la “psicanalisi del vuoto aereo” come accade in altri contesti. Qui a Roma assorbi energie che si filtrano nei tuoi progetti. Parli con linguaggio forte e chiaro, sei sulla superficie in modo pulsante ma scendi in profondità. Dentro le cose, come quel rosso che colora gli intonaci ed entra nella vita di chi abita le stanze dei rioni.
A proposito: non censuratevi mai e la bellezza globale ne guadagnerà.
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