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Uno: Caro te stesso, benvenuto nel nostro dialogo allo specchio elettronico. Il monitor del computer, come su un Pistoletto digitale, riflette la medesima immagine ma non i pensieri della doppia personalità. Visto il rapporto che ci lega, vorrei solleticarti sul concetto di Ipernatura. Sento che siamo un buon esempio di linguaggio ipernaturale.
Due: C’è una storia complessa oltre la semplice parola. Dietro Ipernatura si srotolano percorsi riguardanti la chimica, l’architettura, l’astronomia, il consumismo, la fisica, l’edilizia, l’industria pesante e leggera, la biologia, l’agricoltura, la politica, l’elettronica... In tale molteplicità resta l’arte il più alto processo di sintesi nella riflessione analitica sul mondo.
U: Mi piace la tua nettezza dialettica: bravo. Posso chiederti come spiegheresti il titolo a chi entrerà in galleria?
D: Gli direi che si tratta di un viaggio nelle contaminazioni aperte. Insisterei su come il paesaggio si relaziona alla metropoli estesa, su come le tecnologie entrano nei movimenti naturali del mondo. Sottolineerei quanto la flora e la fauna rimangono fedeli registratori delle azioni umane. E a proposito di questo punto, parlerei degli apporti positivi che il paesaggio offre all’uomo. Ma anche delle reazioni esagitate che la natura scatena quando si spezzano le sue meccaniche primordiali.
U: Quindi c’è vera connessione tra gli elementi naturali e l’evoluzione del paesaggio urbano?
D: Caro alter ego, le distanze tra edificazioni e luoghi incontaminati appaiono in progressiva riduzione. Le due cose si stanno avvicinando troppo ed è preoccupante. La cultura mediatica richiede ulteriori spazi, soluzioni eccessive, sfruttamento di ogni risorsa. E il bacino più ovvio diventa la stessa natura. Qualcuno, purtroppo, si dimentica (pur sapendolo) che il collasso dell’ecosistema non è utopia.
U: Parlami di chi muove il potere. I boss dell’economia sono i primi artefici di una natura dai contorni innaturali? Te lo chiedo poiché percepisco un qualunquismo diffuso.
D: L’etica del potere economico rifugge le questioni ecologiste. Conta il valore contrattuale e non la tutela a lungo raggio dell’ecosistema. Questa realtà difficilmente si spezzerà se non dopo eventi catartici. Solo la natura potrà dire stop alle intemperie della perversione collettiva. Ovviamente ci auguriamo la benevolenza dei fattori naturali. E così, mentre il mondo decade in svariati inquinamenti, alcune minoranze antagoniste (tipo Greenpeace) combattono il menefreghismo dei potenti. Detto ciò, non disperiamo ma diamo il nostro contributo. In qualunque modo purché “naturale” e senza pretese “iper”.
U: Spostiamo il discorso verso la struttura della mostra. Racconta come l’arte recente ha vissuto, e vive, il legame con la natura.
D: Chiariamo che l’esposizione raccoglie una selezione ridotta (la qualità supera sempre la quantità, soprattutto in una galleria). Sarà un viaggio divagante che non dichiarerà alcun modello esaustivo. Un flusso libero che abbiamo racchiuso tra gli anni Settanta e le novità di alcuni giovani autori. Per capirci, si parte con Mario Schifano e Franco Angeli, due che usavano la pittura con sentita coscienza etica. Entrambi guardavano al paesaggio e alle sue mutazioni. Schifano dipingeva la battaglia di una natura esplosiva, Angeli preferiva l’eden arcadico di un naturalismo ridotto a puro colore. Dietro si nascondeva un rapporto appassionato col pianeta e i suoi valori evolutivi. Chissà che oltre i colori acidi non si celassero incubi visionari da apocalisse postatomica?
U: Continua pure, mi piace il tuo zoom tra le opere.
D: Avremo visioni differenti che giungono da linguaggi differenti. Mario Giacomelli ha raccontato la natura del paesaggio marchigiano come fosse un incendio informale alla Burri. Ogni sua immagine ridefiniva la bellezza selvaggia secondo gli artifici dello sguardo ipernaturale. Per simili ragioni mi pareva doveroso invitare Olivo Barbieri. Le sue fotografie degli stadi aggiungono un ulteriore occhio sui confini tra natura e passaggio umano. Il prato dello stadio barese richiama un Subbuteo digitale a cielo aperto, così come gli spalti tramutano la massa umana in una sorta di foresta visionaria. Con Giacomelli e Barbieri è il talento dell’artificio retinico a spiegare i controsensi del caos globale.
U: E poi non mancano artisti che interagiscono fisicamente col paesaggio.
D: Richard Long ed Hamish Fulton sono i maestri britannici della “Land Art”. Hanno inciso segni nei luoghi incontaminati, rendendo iconografici alcuni pezzi di natura. Nel caso di Long le pietre stesse trasmigrano negli spazi espositivi per ricreare forme primordiali. Sento che il loro gesto poetico non toglie nulla alla libertà delle materie.
U: La mostra prevede opere con diretti prelievi dal paesaggio? In caso affermativo vedremo membrane vere o vicine al reale.
D: Non manca la sublimazione della materia. Posso citarti lo scomparso Claudio Costa con la sua alchimia delle forme grezze. O la sensibilità sottile di Michele Chiossi. O ancora, Francesco Scialò che ripensa il rapporto tra luoghi, tradizione e artifici. Oppure Silvano Tessarollo che sfrutta la malleabilità della cera industriale, trasferendo nell’elettronica il suo universo di pupazzi ipernaturali. E poi ricorderei il grande contributo di Piero Gilardi. Da tempo analizza i conflitti tra un mondo che cambia e i suoi aspetti primitivi. Segnalando il confine tra bellezza del progresso, mutazioni possibili e loro degenerazioni.
U: Ora parlami delle relazioni tra tecnologia, natura e arte visiva.
D: Credo che le opere di Fasoli m&m, Rafael Pareja, Giacomo Costa e Gligorov rispondano alla domanda. I due Fasoli hanno un progetto esemplare: entrano in una comunità per diversi mesi e realizzano le fotografie che contribuiranno al ciclo di quadri digitali. Coi nativi americani, ad esempio, sono nati i connubi tra dettagli corporali e frammenti di natura statunitense. Per Pareja, invece, è il tratto manuale che diventa paradigma tecnologico. L’artista disegna col mouse senza perdere la personalità del gesto. E crea intensi ibridi corporei sulle mutazioni biologiche di una natura radiografabile. Anche Costa (Giacomo e non Claudio) sfrutta le valenze elettroniche per inventarsi un paesaggio che non c’è. Agglomera i palazzi in forme ipercaotiche, inserisce lastroni di marmo nelle strade, fino a comporre luoghi mentali che somigliano alla degenerazione della natura metropolitana. Con Gligorov lo stesso corpo diviene uno specchio prismatico della natura mutante. Per lui ogni linguaggio contribuisce a rendere la pelle un paesaggio contaminato. Nel caso di Orlan, infine, la natura corporea viene modificata per sempre. L’artista francese va in sala operatoria, si cambia i connotati e traduce la chirurgia in un progetto tra show e fonti iconografiche. Il suo è un radicale cortocircuito tra natura ed artificio.
U: Sai cosa pensavo? Che l’arte migliore, attraverso la solida ricerca estetica, si interroga sulla natura per aprire domande “particolari”. Di contro, non credo che un autore visivo possa agire sui valori civici con la stessa forza di chi, per esempio, elimina il petrolio dalla pelle dei pinguini.
U: Sono d’accordo col doppio di me stesso. Considero poco incisivi quegli artisti che fanno volontariato o filantropismo sotto le spoglie del progetto creativo. Lascerei all’arte i suoi territori profondi: che passano per le regole iconografiche, per l’etica dietro la forma, per il rispetto del bello (in senso allargato) e del brutto (in senso altamente estetico). Alla vita vera, invece, darei gli spazi del contributo sociale.
U: Guardavo le opere di Dario Ghibaudo che ribadiscono questa coscienza tra etica ed estetica. I suoi diorami ricostruiscono in scala ridotta il mondo postmetropolitano. Ricreano ibridazioni feroci tra umani, animali e vegetali. A qualcuno appariranno solo divertenti, a me trasmettono una splendida forza morale.
D: Promosso, i meccanismi dell’arte contemporanea li capisci a dovere. Cosa dire ancora: congediamoci visto che ci troviamo d’accordo su tutta la linea. Mi sembra davvero di parlare con me stesso!
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