MELTING MUSIC from Melting Pop: volume 1 |
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Combinazioni tra l’arte visiva e gli altri linguaggi creativi COMBINAZIONE e non più CONTAMINAZIONE CONTAMINARE manteneva le identità originarie dei linguaggi La COMBINAZIONE possiede un’attitudine POP Il MELTING POP come sistema trasversale, scomposto, indefinibile POP perché la trasversalità vuole una comunicazione aperta L’artista interagisce organicamente con gli altri linguaggi Diversi linguaggi creano un’ibridazione espressiva multiforme Apertura SISTEMATICA del concetto di artista visivo Cambia l’identità, sociale e culturale, del RUOLO d’artista MELTING identifica la fusione MELTING POT riguarda il crogiolo, la miscela di contaminazioni verificabili in una data entità POP ci riporta al senso della comunicazione aperta, alla sintesi di un uso dinamico del linguaggio, al rapporto empatico e ormai sistematizzato con le culture diffuse MELTING POP è la sintesi multiforme di una disposizione comunicativa delle fusioni linguistiche
MELTING POP era il titolo di un libro che pubblicai nel 2001 per Castelvecchi. Nei suoi capitoli raccontavo un flusso di spunti capillari per elaborare l’idea delle combinazioni linguistiche. Evitai eccessi teorici e citazioni filosofiche, preferendo la sintesi di una pratica concreta sul campo internazionale. Centinaia di idee creative si intersecavano in una geografia divagante. E mostravano come la teoria di una tendenza si esplicasse sul terreno degli esempi reali. MELTING POP è poi diventato il titolo di un grande progetto espositivo che ha finora visto due appuntamenti museali: il primo a Palazzo delle Papesse (Siena) nella primavera 2003, il secondo al Castello di Masnago (Varese) nell’estate dello stesso anno.
MELTING MUSIC nasce (nel libro e poi nelle due mostre) come categoria del Melting Pop. Oggi rappresenta il primo volume di una lunga serie espositiva che coinvolgerà diverse gallerie private (ma non solo). Mostre sempre originali per affrontare le svariate categorie del libro, secondo moduli in continua mutazione che toccheranno il cinema, il design, il magazine, di nuovo la musica… Perché ogni sezione rimarrà un corpo vivo da alimentare con energie sempre diverse e funzionali, intuitive e qualitativamente elevate. MELTING MUSIC per attraversare la musica tramite l’arte visiva, scovando legami sottili, intuizioni nascoste, empatie reali tra suono, forma ed immagine. Le cinque storie qui raccontate non affrontano la musica in maniera didascalica, qualcuno potrà non accorgersi che un’ambientazione musicale trascina gli artisti in profonde relazioni tra suono ed estetica. Melting Music non cerca accompagnamenti sterili, note di supporto o giochi di bassa fattura concettuale. Al contrario, vuole le sintonie più dense, le fusioni armonizzate dove ogni differenza si assottiglia nella geografia comune. MELTING MUSIC perché la musica costituisce l’ossatura dei cinque progetti, lo stimolo ispirativo e la molla esecutiva. Un modo pensato e formalizzato che completa, ribaltandola senza stravolgerla, la struttura complessiva dell’opera. MELTING MUSIC come universo delle plausibili combinazioni tra due linguaggi che si completano e potenziano. La musica che diviene immagine mentale, geografia di contenuti complessi, spazio elastico per indagini multiformi, tangibili, antropologicamente vive. MELTING MUSIC anche perché la mia vita cresce assieme alla musica, anche perché ogni mio testo nasce sull’onda dei brani ascoltati, anche perché le mie migliori notti hanno sempre frammenti sonori… In fondo, il sottoscritto e i cinque artisti si ritrovano dentro luoghi mentali sempre più simili, aderenti e speculari. Con loro sostengo i legami generazionali, le empatie tra mondi simili, il rigore della memoria storica. Ma anche lo sgancio netto da tutto ciò che non ci appartiene e non vogliamo assimilare.
ALESSANDRO GIANVENUTI cresce nel contesto romano di una musica elettronica sinceramente radicale (vedi Lory d, tanto per fare un giusto esempio). Ma non ripeschiamo i trascorsi silenziosi che precedono l’esordio artistico del 1997. Perché la musica esiste per Gianvenuti come alveare d’esperienze relazionali, un centro di gravità invisibile che alimenta immaginari dalla solida personalità iconografica. Il suo tratto distintivo riguarda il corpo autobiografico che prima passa sotto lo scanner per dettagli, poi viene rielaborato con lunghi processi digitali, quindi stampato sui supporti che esprimono l’interesse del singolo progetto. La musica è arrivata in forma diretta solo con Melting Pop, quando le mani elettroniche dell’artista si sono fuse con lo scratch e il cutting di Dj Stile. Suoni ed immagini hanno trovato una piena corrispondenza di intenti e forme, dando al video d’arte una matrice pittorica mobile, acida ed imponente, in perfetto dialogo con le esigenze dei due linguaggi. Nascono così i quadri che completano il progetto Untitled: un pezzo circolare ed uno quadrato, entrambi su Pvc verniciato lucido, entrambi con le mani supermobili di Dj Stile. Per la prima volta, sostituendo la fotografia digitale allo scanner, l’artista usa un arto altrui in una mimesi del movimento e dei particolari realistici. Il pezzo quadrato evidenzia il gesto plastico della mano, quello tondo rilegge lo scratch con modalità vertiginose. Le sovrapposizioni degli scatti e la rielaborazione pittorica danno ai quadri una forza che li rende universali, sempre più vicini alle antiche pitture sui dettagli del realismo stravolto. FAUSTO GILBERTI adotta la semplicità pittorica di chi ha trovato una cifra e ne sente l’energia in espansione linguistica. Il disegno diventa pittura, la pittura si trasforma in pulite installazioni, finchè tutto trasmigra nel video per tornare indietro, ripercorrere la propria circolarità visiva e far girare l’idea. Gilberti è uno dei migliori artisti del bianconero reale, da lui pensato e ricreato attraverso una matrice optical della riduzione cromatica. Per la mostra genovese si divide tra un video e alcuni disegni che costituiscono lo storyboard virtuale. “10050, The Psycho Posse” racconta il massacro Tate compiuto a Los Angeles, 9 agosto 1969 a Cielo Drive 10050, dalla family di Charles Manson. Storiaccia di sangue e delirio in cui la musica evidenzia significati complessi: Manson, cantante senza futuro, aveva frequentato quella casa quando ci viveva il produttore discografico Terry Melcher: ce lo introdusse il batterista dei Beach Boys e, vista a distanza, non fu la migliore delle idee mondane; dopo il massacro la polizia trovò sul piatto un disco dei Mamas and Papas dal sottotitolo “Young girls are coming to the canyon”: e le ragazze del gruppo Manson vivevano nel ranch di un canyon zona Los Angeles. Il tratto riconoscibile risucchia il fruitore in questo video ipnotico ed acido, semplice ma orrorifico, tra stilismi alla Nine Inch Nails (che nel 1994 hanno affittato la villa e vi hanno inciso il disco Downward Spiral), pop estremo californiano, echi sottili di Leary e Burroughs. Altrettanto forti i disegni che Gilberti ha realizzato sopra immagini scaricate dal web. Fotografie per “incendiare” l’atmosfera e creare il definitivo cortocircuito tra assurdo e plausibile. ROBERT GLIGOROV è un artista che utilizza la musica in modo intelligente, mai forzato, spiazzante per idee e sviluppo pratico. Negli anni trascorsi ha diretto alcuni videoclip, ritratto e stravolto Sting, realizzato copertine come quella dei Bluvertigo. Ma sono altre storie che toccano applicazioni ulteriori del proprio stile. Oggi, invece, parliamo della scultura sopra una base che mescola aura e palco, percussione e morte, musica e violenza nascosta. Ecco un rullante, un pedale, una mazza da golf e alcuni giganteschi proiettili in cui percepire ritmo violento e provocazione sanguinolenta. Nel proiettile dalla capocchia in ottone c’è polpa di pomodoro, il suono cresce e si ferma assieme all’ambiguità fisica del tutto. Gligorov sente così le seduzioni musicali e le riduce ad elementi impattanti, “deviati” rispetto al nostro sguardo quotidiano. L’artista elabora lavori che spostano il confine del normale, ristabilendo le ragioni plausibili di una lucida e plausibile follia. Lo shock intuitivo riguarda performance, video, fotografia, pittura, disegno, scultura, installazione… per Gligorov il problema non verte sul linguaggio ma sulla capacità di adattare la forma al suo scopo ultimativo. La Colonna del Pop era un lungo serpentone vertebrale che si apriva a fisarmonica. A comporlo decine di copertine 33 giri in cui ogni scelta rappresentava un’idea dell’immagine, della citazione evoluta, del gioco intuitivo. Così accade oggi nei pannelli fotografici in cui natura e tecnologia cambiano la nostra idea di musica e supporti sonori. Guardare per credere, viene da dire davanti alle immagini catartiche e poeticamente surreali di Gligorov. FRANCESCO IMPELLIZZERI considera la musica un elemento costitutivo del suo sistema sentimentale, estetico e concettuale. Lungo gli anni ha espresso le attitudini di un autoritrarsi intimo, confessando le molteplici facce del suo animo eclettico e sensibile, ironico ma profondamente concentrato. Impellizzeri ha inventato decine di personaggi con una personalità riconoscibile ed avvincente: nome ad arte, abiti adeguati, comportamenti decisi, scenografie e musiche per creare il giusto contesto, le atmosfere e lo stile oltre il semplice effetto. Da qui le performance live, le fotografie che l’artista ricrea coi suoi set privati, i video che nascono in autonomia rispetto alle azioni in pubblico. E poi la musica, appunto. Elemento genetico di una macchina creativa che scrive testi e suoni, che interpreta quei brani di cultura leggera lungo una concreta tradizione di pop mediterraneo. Tutto diventa confessione, diario di un’esistenza interiore che oggi edifica l’origine del diario stesso, o meglio, del quaderno a righe in perfetto stile scolastico. Impellizzeri, dopo alcuni progetti che già aprivano ad un infantilismo adulto, ingrandisce quelle pagine da scuola elementare su fogli di cartoncino bianco. Poi inventa un mondo di pensierini intimi, corredati dal disegno che svela il protagonista involontario di ogni microstoria. Così è accaduto oggi con Sanremo e altre vicende tra musica e cronaca, tra fantasia e verità privata, tra la bellezza dell’ironia sognante e la riprova di una calibrata analisi della musica come codice sociale. Verrebbe da dire: le “note scolastiche” non sono mai state così musicali e piacevoli. ALEX PINNA ricostruisce il mondo impossibile, la seconda vita, la zona mai narrata di alcuni personaggi ad alto tasso evocativo. La storia al contrario ci ha fatto scoprire Willy il coyote che batteva Beep Beep, il Gatto Silvestro che si mangiava Titti il canarino. Poi sono arrivati gli equilibristi di un circo triste per anime solitarie, fino ad altri protagonisti, altri ruoli sociali, altri ribaltamenti. Figure in corda annodata per darci la componente rinnovata del poverismo materico, lo scarto intelligente davanti ad archetipi spesso vincolanti. Oggi giungono nello spazio scenico tre bronzi vigili, ognuno con la sua personalità cromatica, pronti ad introdurci verso un lungo silenzio riflessivo. Il progetto scultoreo annulla la parola ma suona come il miglior paradosso visuale. La scultura gioca con le note invisibili che girano nella nostra testa, contiene le musiche che ognuno infila dentro gli immaginari di quei protagonisti lunghi e magrissimi. Il giusto messaggio per la mostra? Che talvolta non serve ascoltare musica per farsi emozionare dai suoi riverberi. Abbiamo brani che restano dentro, composizioni che scavano e toccano i sentimenti reali. Attorno a noi un lungo silenzio travolgente, dentro di noi la musica che vogliamo goderci in silenzio. La scultura lo ribadisce nel gesto netto, quasi epocale davanti a tanta arte stonata, cacofonica, virtuosa e spesso poco vicina allo spirito del proprio tempo. Tre corpi scultorei aprono e chiudono Melting Music, disegnano le geografie esplicative del progetto genovese. Sono, idealmente e fisicamente, la trinità prosaica che batte il ritmo morbido del silenzio.
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