cronaca di un connubio annunciato
 
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Anno 1909: nasce ufficialmente il Futurismo tra la Parigi d’avanguardia e la Roma marinettiana. Giacomo Balla e Fortunato Depero diventano nomi essenziali per capirne alcuni versanti pittorici lungo gli assetti più moderni del Novecento. Ma anche per introdurci al neonato connubio tra la creazione artistica e il capo d’abbigliamento. Consideriamoli lo spartiacque verso un modernismo strabiliante ed eclettico. Le giacche asimmetriche di Balla assorbivano gli studi sulla velocità astratta. Nel 1923 arrivavano i panciotti di Depero con elementi geometrici e figure di animali. Da casa Balla uscivano prendisole, golf e abiti femminili. Arte e Moda strinsero qui il loro patto a lunga gettata. Si avviò una relazione sistematica, innovativa, a metà tra le esigenze di oggetti pensanti e l’attenzione ai canoni di indossabilità veloce. Ecco una moda colta, innovativa e comoda. Dove l’arte non era semplice vicinanza ma sinergia già totale.

E’ questa la partenza ideale per una serie di formidabili trame europee. Da lì si districarono fili mentali tra Italia, Francia e Russia. Qualche esempio? I tessuti policromi di Sonia Delaunay; le uniformi da lavoro di Ljubov Popova; gli abiti cinetici di Constantin Vjalov; i pezzi tra l’optical e il cubismo di Aleksandr M. Rodchenko...

Poi esplose Elsa Schiaparelli col suo surrealismo pittorico sopra l’abito e gli accessori. Grandissima e spiazzante, rese il tessuto una tela figurativa per viaggi psichici. Altrettanto grande Lucio Fontana che trasferì l’abito dentro le istanze concettuali dello spazio profondo. Tagliò e bucò tre capi femminili per Bini-Telese. Anno: 1961. Lo Spazialismo partecipava da tempo al dibattito delle migliori avanguardie. Le fenditure di Fontana portavano lo sguardo lontano, aprivano orizzonti incredibili per gli artisti intuitivi. Squarci fondamentali nel dibattito sulle relazioni tra arte visiva, spazio fisico e abito moderno.

Dagli anni Sessanta in poi, artisti di “ambientazione pop” interagirono coi meccanismi della moda. Accadde al meglio con Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Roy Lichtenstein, Alighiero Boetti, Piero Gilardi, Daniel Spoerri... Finché una grande “lezione pop” giunse da un vero artista del vestire: Yves Saint Laurent. Che giocò tra le citazioni di Piet Mondrian, Pablo Picasso, Henri Matisse, surrealisti e Pop Art. Il francoalgerino riformulò la citazione, stuzzicò l’ironia e la mischiò all’eleganza della cultura stradale. Un vero artista che attraversò alcuni linguaggi e ne scelse uno come centrale. Se fosse andato verso il contesto artistico, avrebbe raggiunto vette altrettanto magistrali.

La visione del futuro tecnologico toccò a Paco Rabanne, Pierre Cardin e André Courrèges. Di Rabanne citerei l’uso di forme geometriche in alluminio, di plexiglas, carta plissettata e taffettà metallizzato. Di Cardin l’abito preformato con fusione a stampo, rilievi permanenti e nessuna cucitura. Di Courrèges gli abiti a trapezio e alcune incredibili intuizioni sull’essenzialismo del bianconero. Tre maestri per un viaggio unico tra anni Sessanta e tempo a venire.

Molti furono i passaggi successivi, i grandi autori da citare, i connubi fortunati tra il vestire e le componenti strutturali dell’arte contemporanea. Altrettanto numerose le vette degli anni Quaranta e Cinquanta. O anche dei decenni precedenti, quando Paul Poiret e Madeleine Vionnet divennero i riferimenti del talento più avanzato. Con loro si ricostruiscono le radici e gli intrecci che riguardano il 2001 e non solo. Ma preferisco, per ragioni specifiche e particolari, conquistare il centro del nostro quid. Ovvero, la proposta incessante che, oggi, stimola le relazioni tra la moda e l’arte visiva.

Anni del nuovo secolo presente. Ecco che il caos si para davanti allo sguardo eccitato. Così dovrebbe trovarsi uno spettatore che scruta l’oceano propositivo sopra riviste, schermi e cartelloni. La “sistematicità” ha reso articolato e complesso il mondo delle fatidiche contaminazioni. Nel mio libro “Melting Pop”, al fine di avanzare oltre il termine “contaminazione”, parlo di “combinazioni”. E definisco un modello che mescola creatività combacianti ma distinte. Non parlo di innovare il linguaggio attraverso ulteriori archetipi formali. In parole povere, non crediate che quanto vi spacciano per nuovo sia privo di dirette similitudini storiche. La bravura dell’innovazione attuale riguarda la soluzione combinatoria che un artista crea con strumenti preesistenti. Così, mentre prima si contaminavano forme diverse che risolvevano l’idea in un linguaggio misto, oggi la sistematicità, e l’uso dell’elettronica, impone uno schema trasversale. Il risultato potrà apparire simile, per qualità e intuito, alle risoluzioni del passato: con la differenza che la combinazione indica un corpus ibrido ormai definito. Arte e Moda, quando l’incontro rispetta le regole imposte, creano un “terzo contesto”. Un “ambiente” dove i linguaggi rimangono integri e costruiscono una via ulteriore tramite la sistematicità dei fatti. Significa che il risultato soddisfa le esigenze dei contesti coinvolti (possono essere più di due). Che la contemporaneità ha trovato un processo di giusta sintesi. E che l’autonomia del percorso riprende la lezione eccellente di Balla e Fontana.

Non è certo casuale che il fenomeno della primavera/estate 2001 implichi un doppio viaggio tra Pop Art e Optical Art. Da una parte la mostra “Les Années Pop” al Centre Pompidou parigino (con lo sponsor di Gucci e Yves Saint Laurent). Dall’altra i fenomeni cinetici che riguardano collezioni giovani, stilisti già maturi e vecchi marchi in fase di rilancio. Pop e Optical si fondono lungo una cultura del revival che modifica il connubio attraverso l’elettronica e le aggiunte insospettabili. Un esempio: l’abito di Comme des Garçons che inserisce strisce mimetiche (motivo amato da Warhol e altri autori pop) sopra una griglia optical biancorossa. La stessa mostra francese mescola il cinetismo con Richard Hamilton, il design di Verner Panton con Roy Lichtenstein e così via. La via attuale al Pop è una combinazione di Pop e Op che definirei, per comodità, POPTICAL. Considerate la frattura critica tra i due movimenti nel loro periodo iniziale. Pensate agli schieramenti manichei che non intuirono il livello mediatico dell’arte cinetica. Si analizzò il fenomeno scientifico dell’arte optical, senza esaltarne l’influenza sul futuro tecnologico delle metropoli. Capirete che il gioco linguistico dietro Poptical implica il fatidico terzo contesto. Oggi accade così: fenomeni che ci appartengono vengono recuperati, ripensati, corretti ad uso del presente, vitalizzati da innesti combinatori e mostrati nei loro aspetti meno scontati. Melting Pop è proprio questo. E il nostro tempo vuole la combinazione, chiedendo una visione nuova della memoria per un futuro plausibile.

Moda e Arte dialogano ormai in forme capillari, estroflesse, estese per quantità di fruitori e qualità di formulazioni. Nascono grandi mostre internazionali (la Biennale di Firenze, gli eventi fiorentini alla Stazione Leopolda e quelli milanesi curati da Luigi Settembrini...), fondazioni sempre più illuminate (la Fondazione Prada, per portafoglio e intuito, svetta su tutte), negozi che superano la qualità di molte installazioni museali (Droog Design per Mandarina Duck a Parigi, Comme des Garçons a New York, Herzog & de Meuron per Prada, Future Systems per Marni, Rem Koolhaas per Prada, Lazzarini & Pickering per Fendi, Martin Margiela a Tokio, Sophie Hicks per Paul Smith...), fotografi che diventano vere e proprie imprese della combinazione linguistica (Juergen Teller, Wolfgang Tillmans, Inez van Lamsveerde, David LaChapelle...), stilisti che chiamano gli artisti col rispetto e la libertà del caso (Issey Miyake, Comme des Garçons, Yohji Yamamoto, Matsuda...), stilisti che agiscono con la struttura di un vero artista (Martin Margiela, Comme des Garçons, LM Altieri / Carpe Diem...), magazine che registrano le tendenze col termometro estetico dell’arte (“Visionaire” e le sue tirature limitate, l’olandese “Dutch” che accosta pagine pubblicitarie a rimandi grafici non casuali, “Big”, “Crash” e “Addict” coi loro percorsi monotematici...), libri di stilisti all’altezza dei migliori cataloghi d’arte (recentissimo è “Rewind/Forward” di Yohji Yamamoto con tiratura di 2001 copie)...

Alcuni artisti, poi, indagano quel sottile confine tra la propria identità e la dimensione pittorico/scultorea del vestito. Sono gli “autori ibridi” che scorrono senza difficoltà da musei a sfilate parigine, da gallerie a negozi che si tramutano in spazi espositivi. Citerei Elisa Jemenez, Jessica Ogden, Susan Cianciolo, Helen Storey, Caroline Broadhead. Tra le italiane merita attenzione il ruolo ibrido di Alessia Parenti: la più (positivamente) “indecisa” tra le regole della pittura contaminata, le scale ambientali della scultura e le aperture dell’abito artigianale con distribuzione commerciale miratissima.

Altri parlano di moda/mode senza dirlo in maniera didascalica. Lo ha sempre fatto Cindy Sherman col suo travestitismo tecnoartigianale. O Yasumasa Morimura quando si immedesima in icone leggendarie del potere femminile. O ancora Ugo Rondinone che gioca con l’identità rielaborata di famose modelle internazionali. In Italia citerei il personaggio ambiguo di Lorena Matic che inventa abiti e contesti per le sue mutazioni di ruolo. Al maschile ricordo Francesco Impellizzeri che ai suoi alter ego imprime tutto: dai costumi ai tic, dalle scenografie alle musiche, dal senso live della performance all’energia della fotografia. Fino a Giuseppe Tubi con un ciclo intitolato, non a caso, “Fashion”. Si tratta di virus elettronici che regalano un immaginario astratto della bellezza femminile. La sua pittura digitale parte dal concreto del corpo per scovare l’aspetto “eroico” dell’iconografia figurativa. La memoria della grande pittura scorre nella cultura del computer: e l’elettronica diviene calda, avvolgente, universale come i volti assoluti delle sue donne digitali.

Ma sugli artisti contemporanei diamo un piccolo stop. Tocca alla mostra raccontarvi diverse cose su alcuni tra loro. Buon viaggio nel progetto triestino: a conferma che il valore del MELTING POP scorre oltre le parole di una definizione che riguarda tutti noi.
Buone combinazioni a chi capta le giuste sintonie.