p.I.T.t.u.r.a
 
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Sintetizzare due decenni di (giovane) figurazione italiana è questione complessa, zigzagante tra evidenze e meandri, fatti e misfatti, consensi e dissensi. Scontato dire che eviteremo atteggiamenti cattedratici, non desideriamo armate speciali come sinonimo di soluzione definitiva. Né agiremo in termini riassuntivi, come se questa fosse la nazionale italica degli unici ed insostituibili. La mostra non dichiara promossi e bocciati ma esalta la qualità figurativa, la coerenza temporale, la forza tematica, la rigorosa gestione delle scelte espositive. Farlo al meglio significa usare modi curatoriali in cui si bilanciano i gusti personali, alcune oggettive realtà, il percorso della galleria coinvolta e le fattibilità progettuali. Ne dovrebbe uscire un risultato significativo, prima di tutto per onestà e calibratura intellettuale, poi per veggenza mercantile e attitudine aperta. A voi la valutazione dei presenti ma anche degli assenti giustificati. L’idea, infatti, non si esaurisce qui e vola per cerchi concentrici, dando un segno di memoria vigile e parzialità controllata. Alcune assenze, non a caso, coincidono per qualità con le nostre selezionate presente. Nella sana limitatezza di un progetto galleristico, ci bastavano alcuni archetipi che offrissero il destro per una riflessione aperta: verso il consolidamento di alcune storie ma, soprattutto, verso un futuro che ci abilita al rischio delle scelte fatte.

MARCO CINGOLANI è artista di colori morali. Agisce sulla tensione cromatica, scivola nel sublime accecante, satura le stesure tra accordi e contrasti. Si muove per eccessi figurativi che si sfaldano e ricompongono, per poi diradarsi o raggrumarsi dove non penseresti. La sua pittura è una lunga linea che attraversa il Novecento pittorico e gira il proprio filo oltre le normali citazioni, come se lo sguardo fosse una memoria impazzita che unisce contrasti impensabili. Immaginiamo l’impianto cromatico di Franz Marc che si mescola con la mediaticità pittorica di Mario Schifano, dentro viaggi narrativi dove si assimilano cronaca e poesia intima, citazione e spunto autoriale, cultura letteraria e amore per il gesto. La storia di Cingolani sottende un unico grande quadro che si (ri)compone con le opere finora prodotte. Ogni lavoro ha la sua narrazione eppure tutti si (ri)chiamano tra di loro, secondo la tipica logica delle storie ossessive e dilaganti. Un inseguimento del colore ideale che incarna la magnifica utopia d’artista. Un viaggio senza limiti apparenti nella terra delle invenzioni plausibili.

SANTOLO DE LUCA è artista di nature snaturate. Sulla superficie accumula le forme “vive” con minuzia pittorica e rigore militaresco delle composizioni. Lavorando tra piano ravvicinato e fondale aperto, l’artista accosta elementi omogenei secondo griglie lineari da entomologo eclettico. Frutta, verdura, gocce d’acqua, borse, carte da gioco, barrette di cioccolato… un abbecedario meticcio del nuovo quotidiano, un ordine consapevole in cui le cose galleggiano nel limbo dei feticisti ironici. A proposito, non dimenticatevi di leggere ogni titolo: perché il quadro nasce e si chiude attorno ai giochi verbali, seguendo un concettualismo pittorico dove testo e contesto si amalgamano con felice impatto figurativo. Indicativo fu il titolo di una mostra, “Investire in titoli”, così come un’opera, “La Borsa di Milano”, dove si ribaltava l’ossessione per il culto di Prada (anche se possiamo leggerla come omaggio al feticismo intelligente). La pittura di De Luca ha metodologie lente e raffinate. Appartiene alla storia dell’arte eppure non somiglia a nulla in particolare. Tocca la natura morta per rigirarne il senso storico in una narrazione trasversale dal contenuto sempre più aperto.

ALBERTO DI FABIO è artista di apparenze astratte, un viaggiatore subliminale che sceglie il protagonismo cromatico e l’eleganza pittorica. L’ambiente e l’ecosistema sono il centro tolemaico del suo sguardo. Il tutto secondo una tecnica profonda e raffinata, lungo strade dove l’astrazione rimane uno schema formale dietro cui pulsano mondi veri, eticamente centrali. Di Fabio ha una predilezione per la carta di riso orientale, fatta di esili calligrafie che si mescolano al suo morbido intervento. Altre volte ecco le tele ad accogliere il micromondo cellulare, le catene di Dna, le montagne, i minerali ed altri organismi reali. I colori appaiono squillanti e magici, fatti di contrasti e scale armoniche, di formidabili variazioni tonali. Come una concatenazione cellulare, i pezzi tendono a comporsi nello spazio secondo rigorosi allestimenti geometrici. Altre volte vivono da soli su formati più ampi, confermando la duttilità di uno sguardo che ribalta i confini dell’astrazione. Nulla è così vero, così tangibile, così figurativo come i suoi soggetti da ritrarre. Eppure ti avvolge la sensazione balsamica del puro ritmo cromatico, della musica per gli occhi, del flusso armonioso in cui perdersi per ritrovarsi.

DANIELE GALLIANO è artista di anomale angolazioni narrative. Indaga da sempre il quotidiano che si imprime sulla pelle d’artista: ma senza attacchi frontali, senza violenza facile, senza la retorica del fatto didascalico. Galliano sceglie l’angolo imprevisto dietro l’apparenza di normalità. Si avvicina alla pelle dei fatti, altre volte si allontana in una panoramica da voyeur timido. Di fatto, non stando alla tipica distanza mediana, dichiara l’anomalia di ogni realtà e tutto il mistero indicibile dell’apparenza. Volti ravvicinati, scene casalinghe, sequenza di vita privata, scatti verso il paesaggio... E’ spesso l’accostamento che crea irriverenza e inquietudine narrativa: come nel polittico di questo progetto, costruito su personaggi e scene che hanno la struttura subliminale della tragedia classica. Oppure è un singolo dettaglio a cambiare i fatti: ora una tranquilla scena giornaliera, ora una figura o un oggetto a destabilizzare le relazioni interne. Dove tutto appare normale si cela il punto di rottura, la catarsi imminente che Galliano ci racconta ogni volta. Quadri che si caricano di emozioni e mistero, dipinti come uno scatto realistico dentro la corrosione dello sguardo penetrante.

THORSTEN KIRCHHOFF è artista di realtà trasversali. Il suo mondo risulta pittorico per natura eppure la tela diviene una delle molteplici superfici su cui agire. Kirchhoff sposta l’immaginario nel liquido di un bicchiere, sul tronco d’albero, sopra un disco che gira, su un motore o su lenti di occhiali, su pavimenti e tende, su domopak, sacchi e altoparlanti… sempre con una chiara coscienza del contesto installativo, dei dettagli d’ambiente, del livello emozionale che viene a crearsi attraverso musiche, suoni ed altri elementi reali. Lo stesso quadro si tramuta in un oggetto polistrumentale, fatto di splendide stesure in bianconero ma anche di inserti con varie provenienze e altrettanto varie destinazioni. Dentro vi pulsa un mondo dove la cultura del design si mescola a certo cinema (da David Lynch a Jacques Tati, da David Cronenberg ad Atom Egoyan…), dove la musica assume pieno protagonismo, dove l’estetica complessiva spiega i paradossi tra finzione e cronaca del reale. Dominano le facce da thriller, i dettagli su occhi o bocche, i visi che sembrano compressi da qualche monitor fagocitante, le figure che somatizzano il sovraccarico emozionale. Un’estetica di elementi sensoriali.

GIOVANNI MANFREDINI è artista di impronte indelebili. Il proprio corpo incarna l’oggetto ossessivo di una coerente ricerca attorno al quadro. Pelle e dettagli che vibrano di chiaroscuri seicenteschi, saette accecanti, fasci metafisici sul magma di buio cavernoso. Vince la carne d’artista dentro campi di oscurità imponenti. Un nero maestoso per crudezza e profondità abissale, geografia astratta dove il corpo dichiara l’estasi di luci altrettanto profonde. Su una superficie trattata con velature di nerofumo, il corpo d’autore si imprime con decisione e registra la sua imponenza. Gli interventi pittorici ne aumentano la validità plastica, finchè questa sorta di radiografia espressionista evoca visioni forti, violente, talvolta impressionanti. Una presenza artistica che segna la continuità con certe tensioni medievali e barocche. Ma anche la rottura con certo realismo italiano che ha avuto paura del sangue, della carne pulsante, della ferita. L’estasi di Manfredini, pur muovendosi nel segno del presente, insegue la luce senza tempo, quella sana utopia di un Narciso che ama mettere in gioco lo spazio e il tempo. Nero dopo nero. Bianco dopo bianco. Sguardo dopo sguardo.

ANTONELLO MATARAZZO è artista di confronti estremi. Il corpo umano mantiene centralità in questo viaggio pittorico per cicli tematici. Una fisicità fatta di alterazioni, mostruosità, devianze, brutture… un percorso nel rimosso delle coscienze, nel cancro estetico che non vorresti scoperchiare. Ma è anche un racconto di verità individuali, di storie borderline dove quel che vediamo è solo apparenza, micromondi “normali” in cui a creare le “anomalie” ci pensano la retorica e la demagogia, la paura e il disprezzo, l’angoscia e la malafede altrui. Matarazzo sfida lo sguardo sul terreno della coscienza morale, attivando meccanismi interiori che sono figli del suo animo e del modo chirurgico di raccontarli. Guardate i visi degli “Innocenti”, le protesi del ciclo “Steak & Steel”, le posture e l’abbigliamento dei “Meridionali”… nessun mondo da cartolina né un semplice passaggio da fotografia a pittura. Si sfidano, di contro, gli eccessi tecnologici, il culto per una bellezza artificiosa, gli immaginari senza personalità. Qualcuno potrà ritrarsi, non accettando la potenza visiva. Ma l’arte è così: nessun compromesso, nessuna risposta certa, nessuna medietà diplomatica. Pure scariche che talvolta fanno male.

MARCO NERI è artista di visioni interiori. Il paesaggio, le bandiere, i volti, le finestre, le giostre da luna park… frammentazioni che sembrano asciugarsi fino allo scheletro del puro colore, quello che precede la dissolvenza nel bianco spirituale, nella forma idealizzata che chiamiamo archetipo. La realtà è quella di tutti i giorni, banalmente riconoscibile lungo una strada in campagna, una suburbia o altre dimensioni di provincia. Neri resta attratto da forme che ci appartengono e definiscono, da elementi con cui “arrediamo” il nostro spazio nel quotidiano. Ma non si ferma all’attrazione feticistica per un microcosmo di riferimenti e piccole certezze. Decide di sintetizzare i perimetri, eliminare il vero superfluo, saturando il colore verso monocromie che indicano gli stadi emotivi dell’autore. Ogni spazio rappresenta, come già detto, una riflessione sull’archetipo della forma basilare, quasi l’immagine fosse la radice primordiale da cui nasce il riferimento fisico. Poche linee e strutture essenziali, fasce di colore su colore per raccontare il mondo con la “regressione” stilistica di uno scatto in avanti. Una pittura arcaica che indaga l’essenzialità del presente e la pulizia del futuro.

RAFAEL PAREJA è artista di favole cattive. Le sue sono apparizioni da graal pittorico, un coacervo narrativo dove mistero (dentro l’opera) e fiducia (dentro il fruitore) diventano gli unici appigli nella deriva del viaggio visionario. Pareja disegna al computer, rigorosamente e radicalmente (confermando un risultato pittorico a tutti gli effetti). Crea storie dove natura e civiltà accolgono personaggi stranianti, dettagli abitabili, elementi paesaggistici, singoli oggetti che esaltano il proprio status di feticci narranti. Ogni opera incarna un racconto fulmineo che si raccorda idealmente ai quadri precedenti e successivi, elaborando un continuum che rimanda ai conflitti reali, alle patologie collettive, al delirio ideologico. Il tratto di Pareja, arcaico ed alieno, svela l’anima più asciutta del linguaggio digitale. Ne emerge uno script visuale che amplifica il riferimento letterario, musicale o cinematografico. I suoi muta(n)ti mescolano microbiologia e dettagli antropomorfi, disegno e campionamenti mediatici, rimandi al vero e flash fantastici. Una grande prova di letteratura visuale che ama il movimento interno ad ogni immagine. Un’arte visiva che possiamo davvero definire Postletteraria.

Un dato comune riguarda l’attitudine iconografica degli autori con base italiana. La nostra memoria storica, insomma, rimane il tessuto cellulare che produce la giusta attualità visiva con le sue contaminazioni metastoriche. Gli artisti dimostrano pregi figurativi, intuizione stilistica, senso plastico dei volumi, sensibilità per il colore e la materia. Attraverso ciò, tuffandosi dentro le istanze del quotidiano, producono ulteriori modelli stilistici, secondo approcci sì innovativi ma fedeli a modelli più “classici” del presente. Talvolta capita l’artista straniero che sceglie l’Italia, intensificando un’empatia dove il bagaglio genetico e la formazione giovanile creano il giusto cortocircuito con la dimensione primordiale del dipingere. Se poi ad unirsi sono la cultura di una certa Europa (la Danimarca) e l’Italia (in particolare Roma che non è solo un luogo fisico ma, assieme a Napoli e Palermo, una vera dimensione mentale), non poteva che esplodere un immaginario come quello di Thorsten Kirchhoff. Autore che non ha nulla di italiano, almeno in apparenza, ma che dimostra la strana empatia tra freddezza stilistica e morbidezza mediterranea.

Potremmo dividere così i principali temi creativi che sono maturati negli ultimi vent’anni: la mutazione organica (il corpo domestico, sessuale, tecnologico, futuribile), il nuovo paesaggio (metropoli, megalopoli, periferie postindustriali, suburbia) la nuova natura (la natura morta che coglie i segnali capillari del presente) e una rinnovata astrazione che si connette ad alcune urgenze sociali (biologia, ecosistema, cultura spaziale…) per diventare sempre più “figurativa”. Quasi tutto rientra dentro queste macrocategorie che dicono tutto e nulla del nostro tempo artistico. Le classificazioni servono per mettere ordine e riassettare il caos propositivo, lo sappiamo bene. Però, come nel caso esemplare dei proverbi, contengono la giusta dose di veridicità, come se fossero lo specchio, crudo e crudele, del clima diffuso. I problemi attuali non vertono attorno ai modi tecnici del linguaggio artistico, quasi inutile ribadirlo. Ma non sottovalutiamo la questione estetica in un mondo, l’arte visiva, che vince quando l’immagine esprime il suo contenuto nella sintesi adeguata della forma definitiva.

Ad una cosa soltanto non dovrete mai credere: quando vi dicono che conta il concetto e puoi esprimerlo nell’arte in qualunque modo, purché arrivi al pubblico. Questa, senza girarci attorno, è semplicemente una bugia. Su tutte le altre cose seguite, invece, le vostre attitudini e passioni, gli interessi che vi chiamano, le empatie naturali…

Il colore etico di Marco Cingolani
Il concettualismo ironico di Santolo De Luca
L’astrazione impossibile di Alberto Di Fabio
L’apparenza realistica di Daniele Galliano
Il multilinguismo sensoriale di Thorsten Kirchhoff
Le impronte resistenti di Giovanni Manfredini
Il realismo crudele di Antonello Matarazzo
La sintesi cerebrale di Marco Neri
La narrazione postletteraria di Rafael Pareja

Nove frangenti autonomi di un prisma che si ricostituisce in forma omogenea. Alcuni di loro lavorano da oltre quindici anni, qualcuno ha una storia meno dilatata nel passato. Ma tutti stanno dentro la propria ossessione, dentro il proprio mistero, dentro la bellezza di un viaggio che sfida le ragioni della normalità. Ognuno rappresenta una via possibile del quadro contemporaneo. Un archetipo che ci piace sottolineare, riconoscendo la coerenza e la potenza di un’ossessione chiamata pittura.