non c'è due senza tre
 
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Scrissi per la prima edizione (settembre 2004)…
Una grande adesione è stato il primo bel risultato di questo nuovo premio destinato alla figurazione italiana. Oltre 1300 partecipanti rappresentano la temperatura quantitativa del nostro Paese, offrendo scontate delusioni, belle conferme ma anche diverse sorprese con nomi sconosciuti (o quasi). Non mancano artisti di accademismo sconcertante, pittori che replicano e citano senza evoluzione linguistica, spesso fagocitati da piccoli consensi provinciali che non permettono il confronto con la densità aperta del contemporaneo. Superata la normale delusione per le proposte mediocri, ecco la calibrata empatia con artisti che usano lo sguardo in maniera intuitiva, densa, tecnicamente e concettualmente adeguata. Nascono da qui i 60 vincitori che ho selezionato dopo la valutazione dei materiali inviati. Tre giorni interi a visionare proposte, fino a creare la rosa definitiva di 20 nomi per ognuna delle 3 categorie. A ciò si aggiungano altri 300 nomi per la menzione speciale nel catalogo, scelti bilanciando ipotesi di buon livello con altre più deboli ma che si distinguevano per potenzialità ancora inespresse.

Scrissi per la seconda edizione (settembre 2005)…
Lo scorso anno siamo partiti con una sfida ambiziosa, ovvero, promuovere un nuovo Premio attorno alla figurazione italiana, indagando gli aspetti peculiari della scena artistica nazionale. Abbiamo avuto un bel numero di adesioni, ottenuto visibilità sui media, realizzato una selezione con diverse sorprese e un catalogo che ancora oggi rimane uno strumento accattivante ma, soprattutto, utile. Nel frattempo abbiamo compreso diversi errori, corretto certi tiri e confermato quanto ci sembrava giusto. Ad esempio, è stata aggiunta la categoria della Pittura Mediale, aprendo il concorso ad un dipingere sempre più immerso nella dimensione tecnologica. Abbiamo confermato le sezioni con gli studenti, dando un’occasione favorevole a coloro che, di solito, vengono facilmente penalizzati. E poi abbiamo pensato ad alcune menzioni speciali (10 per ogni categoria) da affiancare ai finalisti, sottolineando una maturità tra sperimentazione e memoria, orientata ai viaggi interiori, alle emozioni soggettive, ai modi in cui corpo e contesto interagiscono. Alla fine, tirando tutte le somme, ecco la seconda edizione del Premio Celeste, anche quest’anno con un bel montepremi e la votazione finale affidata agli stessi artisti (solo quelli in finale). Dobbiamo registrare un calo, secondo logiche previsioni, del numero di iscritti, comunque attestato oltre le 900 presenze (potete fidarvi, non è poco). Di contro, appare cresciuta la qualità media degli iscritti, evidente soprattutto nelle 210 segnalazioni di merito con tanti spunti significativi. Ci dispiace soltanto per la bassa risposta nella sezione Pittura Mediale Studenti, quella da cui attendevamo le migliori sorprese. Ma come direbbe qualcuno, non si può mica avere tutto dalla vita.

2006. Terza edizione. La storia continua…
Settembre 2006, tappa italiana numero tre, eccoci alla nuova mandata di finalisti che concorreranno ai premi del 25 novembre. Siamo soddisfatti del risultato per due ragioni sostanziali: perchè non era facile avere oltre 900 iscritti dopo due edizioni con circa 2200 partecipanti complessivi; e perchè riscontriamo una crescita della qualità media, soprattutto nel gruppo dei menzionati e nel progressivo ridursi di artisti senza attitudine contemporanea. Ulteriore motivo di gioia, per il sottoscritto e Steven Music, è stato quello di lavorare in gruppo, legando le singole sezioni a giovani curatori che hanno operato in assoluta libertà. Marialivia Brunelli, Marta Casati e Ivan Quaroni si sono dimostrati professionali e motivati, agendo su criteri selettivi che ricreassero una visione qualitativa ma anche soggettiva (confermando come qualsiasi curatore plasmi un concorso con una personale visione che diventa la direzione stessa del Premio). Tra i finalisti troverete diversi nomi che saranno le giuste sorprese dei prossimi anni in galleria. Alcuni già si conoscono e stanno agendo con adeguata intelligenza. Altri aspettano l'occhio attento di galleristi, curatori e altri professionisti con matita e bloc-notes. In tema di appunti, segnatevi alcune novità a cui teniamo molto: un voto on-line che abbiamo testato per la prima volta, un'edizione londinese che già appare una bella realtà nel panorama internazionale, nonché il citato ampliamento della giuria critica e la serata finale portata fuori da San Gimignano (senza nulla togliere al bellissimo luogo toscano ma crediamo giusto circuitare il marchio oltre i suoi confini genetici). Dal prossimo anno aggiungeremo una nuova categoria, aumenteremo le energie attorno agli studenti, organizzeremo eventi legati al Premio, potenzieremo il sito web. Tante idee affinché il Premio Celeste dimostri la sua attitudine aperta e la volontà di crescere, crescere, crescere.

Temi della figurazione italiana (scrivevo lo scorso anno)…
Innanzitutto cresce l’impeto autorelazionale col proprio corpo. La questione fisica si collega al viaggio oltre la corporeità, dentro le geografie emotive e cerebrali, nello spazio in cui l’individuo si analizza, si tagliuzza l’animo, si guarda nello specchio delle trasgressioni, delle piccole e grandi paure, degli eccessi di ogni genere. Accade in pittura quanto si vede nelle opere più contaminate, confermando una figurazione dai continui richiami “classici” ma con l’autonomia della visione aperta. L’immagine che ricaviamo è di una crescente qualità figurativa. Icone pulite, asciutte, ricche di sottotesti e stratificazioni nascoste. Frutto di una caparbietà che unisce contenuti e comunicazione visiva, ansia interiore e liberazione estetica. Anche quando si sceglie il paesaggio non scema la componente interiore, l’interrogativo aperto, lo sguardo inquieto. Gli artisti rivelano il mondo attorno a loro, ridanno la temperatura emotiva della società in cui vivono. E gli svantaggi di una situazione socialmente non semplice si vedono, al dunque, nella media dei lavori proposti: più si complica il contesto sociale (e quindi professionale), più sale la giusta energia, il pathos, l’evoluzione attorno al dramma e alla sospensione. In tal senso, l’arte italiana si rivela un connettore di qualità atavica e dimensione contemporanea, una specie di bilancia tra le fluttuazioni della memoria, lo status individuale e la spinta precaria del mondo esterno.

Temi della figurazione italiana: oggi…
Ribadisco quanto scritto lo scorso anno e sottolineo una presenza sempre più massiccia di “sguardi allo specchio”. Il fattore autoreferenziale, sia chiaro, può essere un pregio di scavo psicanalitico e socioculturale, un elemento soggettivo che tramuta l’essenza intima in virtù a presa universale. Tutto peggiora quando si mortifica l’indagine sul corpo con le copiature dei trend maggiormente diffusi. Si nota, purtroppo, un eccesso di dipendenza anglostatunitense: ora verso matrici più espressioniste (Jenny Saville, Cecily Brown, Elizabeth Peyton…), ora più sintetiche (Barry McGee, Jeff Koons, Dexter Dalwood…), ora verso il disegno di matrice fumettistica dei giapponesi (Yoshitomo Nara su tutti). Manca, ad esempio, una maggior libertà espressiva nel mescolare codici e linguaggi dentro la matrice pittorica. Così come manca un vero scatto nel rielaborare in forma radicale la memoria dei secoli passati. Troppo citazionismo e poca qualità concettuale nel dipingere, tanto per capirci. Lo stesso paesaggio si limita a canoni poco dirompenti, come se la ricerca filmica e fotografica sfiorasse senza certezze la figurazione su tela. Tre edizioni del Premio Celeste forniscono un radar estremamente realistico del panorama italiano: poche punte di qualità innovativa, una fascia media di buon valore e un’alta percentuale di artisti con poco coraggio. Accade in pittura ciò che vediamo nel giovane cinema italiano: vette limitate di qualità eccelsa (Matteo Garrone, Paolo Sorrentino, Saverio Costanzo, Ciprì & Maresco…), una fetta di coraggiosi che rischiano (Fausto Paravidino, Daniele Vicari, Francesco Munzi…) e tanti registi che non rischiano, creando surrogati amorfi senza nitroglicerina tematica ed emozionale.

Mi faccio alcune domande, cerco di darmi alcune risposte…
D. Quali sono i maggiori difetti che riscontri negli artisti emergenti? Quali i pregi? R. Il peggior difetto riguarda l’incapacità di attendere i normali tempi lunghi dell’arte. Gli artisti emergenti vorrebbero fama e successo con sequenzialità immediata, sorvolando su un dato fondamentale: che l’arte non è una professione basata sui normali princìpi di causa/effetto ma un’attitudine interiore, una necessità espressiva che vive su tempi e modi particolari. Il miglior pregio dei giovani artisti riguarda, invece, la loro libertà espressiva, la sperimentazione continua, lo svincolarsi da inutili e pericolose ideologie. Le nuove generazioni non hanno, certo, la durezza etica di artisti oggi adulti ma il loro disincanto si porta dietro grandi qualità nella lettura del presente.
D. L’artista è oggi diventato vero imprenditore di se stesso oppure continua a sfuggire le logiche (e le convenienze) del mercato? R. Ogni artista (a parte rare eccezioni) ambisce ad essere Maurizio Cattelan. Vuole potere e consenso mediatico, forti guadagni ma senza perdere la propria ipotetica integrità. Importante non credere troppo a quegli artisti che straparlano di integrità quando la loro migliore occasione è stata una piccola collettiva in provincia. La prova del fuoco arriva quando le occasioni sono importanti per davvero: a quel punto si gioca a carte scoperte e solo pochissimi possono dirsi integri senza sbavature. E poi precisiamo una cosa: che cosa significa integrità? E’ un concetto misurabile in termini oggettivi? E soprattutto, diventa realmente utile mantenere un’integrità con se stessi quando la mediazione intelligente ha spesso portato grandi risultati? Basti guardare al cinema, luogo di mediazioni per eccellenza dove le grandi cose nascono da discussioni, ripensamenti, errori. L’integrità nell’arte diviene il risultato di idee collaborative, persone giuste nel posto giusto al momento giusto, uno scambio sinergico tra qualità umane e professionali.
D. Esistono miriadi di concorsi e premi per artisti emergenti, spesso anche organizzati dalle gallerie stesse. Che valenza ha la partecipazione di un artista a questi premi? R. Fondamentale. E’ uno dei momenti di maggior confronto e visibilità, soprattutto oggi che stanno crescendo i concorsi e i premi con buona qualità, budget adeguati e valide prospettive mediatiche.
D. Le gallerie e i galleristi come si pongono nella promozione degli artisti? E nei rapporti con i critici e i curatori? R. Le migliori gallerie sono quelle che interagiscono “a misura” con tutte le figure professionali del sistema artistico. Si tratta di gallerie in cui il gallerista fa “il gallerista” e non il tuttofare con volontà mercantili, curatoriali, mondane… Il gallerista ha bisogno di curatori affidabili con giuste idee e sana autonomia, di dealer che sappiano vendere in una logica internazionale, dello staff affiatato di cui fidarsi in ogni momento. E poi deve avere pochi artisti ma adatti a ciò che si sta perseguendo. Un gallerista ha bisogno di viaggiare, tenere contatti senza sosta, fare fiere, realizzare cataloghi di qualità, avere un bravo ufficio stampa, puntare alla grafica come immagine adeguata al proprio standard, fare comunicati e pubblicità di alto profilo. I dettagli sono fondamentali e faranno sempre più la differenza.
D. Ritieni che ci sia un sufficiente scambio fra gli artisti stessi? Che esistano sufficienti occasioni di confronto fra artisti emergenti e affermati? R. Le occasioni sono molte ma spesso non catalizzano la giusta qualità. Dovrebbero diminuire certe occasioni che tolgono energie agli artisti senza che il ritorno sia adeguato allo sforzo compiuto. La colpa di ciò va imputata ai curatori, alle troppe mostre inutili ma anche agli artisti che accettano certe logiche senza ribellarsi. La coesione e il network sono le vere mancanze del sistema culturale italiano. E ciò non riguarda solo l’arte contemporanea, sia chiaro.
D. Esiste una tensione comune (artisti che formano gruppi e danno vita a movimenti, correnti, manifesti), oppure – come molti operatori affermano – siamo precipitati in una sorta di “onanismo creativo”? R. Tutta la creatività è una forma onanistica di confronto coi propri fantasmi, le proprie ossessioni, i propri amori. L’artista non sarebbe grande se pensasse al proprio lavoro come ad una gigantesca orgia aperta. Il vero artista si confronta con se stesso e filtra il mondo nel proprio meccanismo egoistico. Importante che la tensione onanistica non rimanga autoreferenziale ma sviluppi le sue conseguenze per una collettività sensibile, selezionata e ricettiva.

Per concludere (e aprire)…
L’ultmo pensiero voglio rivolgerlo al futuro del Premio Celeste. Il primo grande risultato, pensandoci bene, è già la possibilità di continuare, andando avanti con preciso senso di crescita. Poi conta la maturazione dalle sfumature eterogenee, un non accontentarsi e un senso di sfida che aprono le volontà ad un destino più consolidato e internazionale. L’edizione londinese, realizzata in collaborazione col prestigioso Goldsmiths College, conferma quanta fiducia sia stata riposta nel Celeste Art Prize dagli artisti britannici e non solo. Molto buona anche la risposta al voto on line, benché su questa sezione stiamo valutando diversi aspetti mistificatori (certi voti che vengono raccolti in automatico con piccoli trucchi del web) su cui vorremmo lavorare per una gestione più adeguata della qualità. Comunque sia, ci reputiamo soddisfatti per quanto finora fatto e per come siamo cresciuti attraverso le nostre idee, le nostre energie, i nostri rischi. Arrivederci ai prossimi appuntamenti.