prisma contemporaneo: il nodo
 
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Arte Contemporanea Italiana: tre parole che provocano riflessioni contrastanti, sommovimenti culturali e mercantili, interessi capillari su cui molti cercano una sintesi matura dagli esiti effettivi. Per ragioni storiche e devianze recenti, l’Italia artistica incarna una realtà anomala, tanto nei pregi acquisiti quanto nei difetti congeniti. Abbiamo una memoria fortissima che il mondo ci riconosce: e su questo nulla da aggiungere, da Giotto a Mario Schifano è un susseguirsi di talenti invidiabili e ingegno universale, scatti linguistici e reinvenzioni dalla natura profonda. Il problema risiede semmai nel rapporto tra qualità della Storia e spirito del tempo odierno. Basti riguardare gli ultimi vent’anni per notare come abbiamo spesso disperso il battito progressivo del presente. Una manchevolezza che non riguarda la qualità dei progetti creativi, in tal senso gareggiamo alla pari con le altre realtà nazionali. Limitazione significa per noi individualismo debordante, scollamento tra generazioni, mancanza di una cultura collettiva dove le forze in campo riversano le energie nel medesimo serbatoio. L’Italia culturale (non solo artistica) si conferma un coacervo di contraddizioni: alimentiamo tolleranza e aperture ma non proteggiamo le nostre eccellenze, dialoghiamo con le diversità senza che le forze politiche ritrovino un laicismo più coraggioso e antagonista. La nostra lentezza economica sul fronte mondiale parte proprio da un’etica politica troppo lontana dal presente. Un limite sociale che si incrocia, come detto, con l’abuso di individualismo, detonatore che spappola le energie senza convogliarle in un progetto unitario a lungo raggio.
L’evoluzione
La sintesi tracciata delinea svariati limiti ma anche le potenzialità di un’Italia che esalta l’eterogeneità propositiva, l’eccellenza del dettaglio, l’analisi arguta e minuziosa, in generale la pregevolezza estetica e la lucidità morale su problematiche comuni. Ognuno di noi dovrebbe stilare una lista di eccellenze, guardando ai diversi settori che costituiscono le piattaforme culturali della nazione. Il conteggio finale darebbe un ampio ventaglio di segmenti creativi dove l’Italia infila pedine competitive. Una realtà, la Nostra, da incastonare dentro un mondo aperto e multirazziale, interdisciplinare e velocissimo. A quel punto ci si chiederebbe: come rendere questa competitività un processo organico? Con l’integrazione alle dinamiche globali ma anche con equilibrati protezionismi. Con il multilinguismo culturale ma anche con il rispetto delle radici collettive. E con il coraggio visionario di chi guarda molto, molto in avanti.
Qualche risposta
Veniamo adesso alle ragioni curatoriali che legano artisti così diversi per linguaggi, codici etici e tensioni concettuali. Assieme rappresentano un prisma multifocale dell’attuale panorama italiano, fissando le cifre stilistiche di un’attitudine alla superficie definita, al controllo interiore, all’unitarietà progettuale. Le ipotesi tematiche indicano materiali e linguaggi diversi dentro un omogeneo raziocinio estetico. In questa mostra rappresentano una selezione dalle collezioni del Mart. E ci fanno scoprire quanto sia importante un artista ma, soprattutto, quanto conti la singola opera che racchiude il carattere di una poetica.
Tecnologia umanistica
Sul valore imprescindibile della tecnologia siamo concordi. Così come sappiamo che il computer, nel passaggio da strumento professionale a quotidiano, ha ricodificato tempi e modi del vivere. Si dovrebbe aggiungere che proprio il computer, intorno alla metà degli anni Novanta, si è rivelato l’unico nuovo strumento elaborativo per l’attività creativa. Da lì, affiancandosi e mescolandosi coi mezzi già esistenti, il linguaggio elettronico ha trovato un preciso ruolo nella comunità artistica. Qualche esempio italiano? MATTEO BASILE’ che si concentra sul ritratto frontale e lo sviluppa con soggetti di notevole caratura, sia fisiognomica che morale. Nel tempo l’artista ha inserito il linguaggio video, aperto l’inquadratura al contesto architettonico, narrato diverse tipologie del gender, consapevole che la tecnologia digitale amplifichi le qualità iconografiche e concettuali della visione. BOTTO & BRUNO hanno invece dischiuso il campo ottico alla periferia sfaldata e alle dinamiche generazionali, lavorando su installazioni che metabolizzano le stampe fotografiche e aprono l’immagine al formato abitabile. STEFANO CAGOL analizza il mondo naturale e artificiale, la metropoli e i suoi edifici, la norma civile e gli eccessi tecnologici: prediligendo una tensione fotografica che, richiamando il caos urbano, ci dispone al contraltare del pensiero riflessivo.
Attualità della materia elementare
Le evidenze del mondo possono essere narrate con mezzi e materiali elementari. PERINO & VELE, partendo dalla carta pressata dei quotidiani, creano una mescola dura con cui replicare oggetti e momenti di vita marginale. Anche SABRINA MEZZAQUI ama anche la carta e le materie leggere, indifese, distruttibili. Qui presenta un lavoro fotografico, significativo per capire una manualità femminile dalla stratificazione lenta. GIUSEPPE CAPITANO dimostra, invece, la natura maschile dello stratificarsi di materiali vissuti. E ci riesce giocando per evocazioni simboliche e qualità poetiche, concentrate sul dettaglio e sul nascondimento. Infine ENRICO IULIANO che qui presenta una scultura dai codici complessi, un passaggio installativo tra memoria individuale e vissuto collettivo.
Fermezza dello sguardo mobile
Nell’ambito metodico di una fotografia rigorosa, impossibile non mettere in cima il talento mediterraneo di MIMMO JODICE. Il suo occhio in bianconero rappresenta la sintesi tra fascinazione pittorica e densità mnemonica. Un viaggio nel paesaggio reale che diviene archetipo di un’archeologia futuribile.
Rigorosa e ispirata nel suo sguardo sui luoghi vissuti, MARIELLA POLI è l’esempio di una fotografia che predilige l’impegno morale senza perdere il senso pittorico dello scatto. Il progetto sulla fabbrica Montecatini, un simbolo nel mondo lavorativo dell’Adige, colpisce per la raffinata profondità con cui ricostruisce assenze, tracce dolorose, spiragli di vita. ELISA SIGHICELLI indica invece la via fotografica di una riflessione sottovoce, minima ma cinematografica davanti a paesaggi panoramici o a camere silenti. L’artista predilige una distribuzione spaziale del lavoro, quasi a risucchiarti nei suoi lightbox parzialmente illuminati. Il modo giusto per evocare senza affermare, aprendosi ad un mistero affascinante e metafisico.
Molteplici linguaggi, molteplici aperture
Ci sono poi visioni che scelgono l’apertura semantica e linguistica, il movimento pluridirezionale dello sguardo. Come nel caso di THORSTEN KIRCHHOFF con una raffinata pittura che si espande su oggetti di design, forme riciclate, utensili e casalinghi, sul motore di una macchina o su pezzi di stanze. La stessa pittura entra nei suoi film ed esalta il feticismo per un design d’epoca che racchiude il pathos drammatico, le emozioni dei protagonisti, le note surreali con cui si dispiegano le storie. Altrettanto ossessivo ma su altre vie il lavoro di ANTONIO RIELLO, artista ironico e dissacrante, inventore di forme che scardinano le retoriche su sesso, religione, violenza, razzismo. Riello dimostra come una scultura possa mostrarci il lato invisibile delle cose, l’aspetto eccessivo con cui (ri)stabilizzare lo sguardo: armi decorate con dettagli per signore chic, bambole gonfiabili in marmo bianco, un videogioco politically scorrect, ottimi esempi di un’attitudine pop dagli esiti intensi. La molteplicità di LUCA PANCRAZZI favorisce invece una pluralità del disegno pittorico, dalle parti storiche di Alighiero Boetti per capirci. Dal paesaggio panoramico al piccolo dettaglio, ogni volta l’artista reinventa lo sguardo e ti trascina nei suoi passaggi metodici, nelle sue invenzioni essenziali. Anche EVA MARISALDI predilige una fascinosa leggerezza di modi e materiali, come se agisse lungo un silenzio che rispecchia le geografie interiori, la femminilità vitale, le emozioni attorno ai pensieri. Per RICCARDO PREVIDI l’arte rappresenta una riflessione sugli spazi abitabili, su come i nostri sensi entrino in dialettica con l’architettura. Uno sguardo multilinguistico che offre all’opera una mobilità intrigante e trasversale. La riflessione di SIMONE TOSCA riguarda, infine, il linguaggio matematico e strutturale del pixel. Una ricerca che lo porta tra varie superfici e ambiti spaziali, secondo una sintesi, estetica e concettuale, che sembra sovrapporre l’analisi scientifica alle geometrie di Sol LeWitt.
Ipotesi di sfaldamento pittorico
Chiudiamo davanti alla coscienza del quadro pittorico, evocando magiche energie (la pittura che si rigenera senza sosta, oltre qualsiasi moda e momento) con alcune soluzioni molto diverse. Da una parte la memoria informale di GIOVANNI FRANGI, il suo paesaggismo dalla materia ribollente: uno sguardo letterario ed emozionale per un recupero poetico della geografia interiore. Dall’altra ALESSANDRO ROMA con una pittura piatta dai colori contemporanei: un occhio “clinico” che metabolizza architettura e design in una visione senza centri, sfaldata e sovrapponibile come nei migliori immaginari digitali. E poi c’è il mondo nostalgico di LORENZA BOISI, la sua poetica essenzialità che si esalta nelle assenze, nel dissolversi delle forme, nel clima privato di chi dipinge i territori nascosti della femminilità.