romaduemilatre
 
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Un luogo fisico. Una metropoli invadente ed importante. Uno spazio dove tutto si mescola e confonde. Dove la contraddizione diventa regola. Dove convivono lusso e disastro, memoria e utopia, luce e oscurità. Roma, semplicemente ed eccessivamente. Roma con alcuni artisti che animano, oggi, il suo organismo culturale. Una città per mostrare un pezzetto d’arte italiana, per dimostrare che la geografia, pur ribadendo dove dormiamo, resta una chimera effimera. Un ristretto panorama autoriale che ribadisce un luogo per ribaltarlo ed eliminare la sensualità masochistica del confine. Proprio per questo non si poteva che affermare: ROMADUEMILATRE. Scritto così, come una sola parola che inventa la città del singolo istante, la città invisibile, la città mentale. Un luogo del flusso, delle coscienze mutanti, dei pensieri complessi, della morale necessaria. Un posto che esiste ma non c’è, che sentiamo ma non vediamo, specchio di un inalienabile serbatoio mnemonico.

G.A. crea volumi “vivi” attraverso il recupero dei materiali urbani. Coi relitti del quotidiano produce nuova energia tramite reinvenzioni primordiali, magiche, emozionanti. Vecchi calcolatori, una carrozzina o un frigorifero si muovono, sussultano, parlano. Una sedia o un pianoforte si illuminano con lampadine fiammeggianti. Il lavoro precedente sviluppava fulmini in miniatura, su un quadro murale bloccava le ombre, con le vasche ambientali smuoveva le sabbie. Di recente ecco i cubi fluttuanti nel ruolo di calciatori o navigatori anomali. Ed oggi altri relitti urbani si tramutano in personaggi strambi ma simpatici. Corpi ibridi che, tra memoria e ironia, alimentano la plausibile e poetica vitalità del riciclo.
Lui é GIOVANNI ALBANESE

M.B. usa la materia elettronica per una profonda indagine sull’umanità contemporanea. All’artista interessano i valori etici del progresso, la centralità dei corpi, la dignità epica del volto in primo piano, i luoghi e i feticci come geografia della nuova bellezza civile. Un percorso tra quadri e video in cui i confini dell’immagine si confrontano con la purezza astratta del linguaggio digitale. Il racconto si blocca su icone figurative dove l’elettronica aggiunge elementi, modifica colori, inventa loghi, crea sottolineature grafiche. Uno stile riconoscibile per ricordarci il valore di immagini durature dentro un mondo sfumato, ma sempre più preveggente, come quello della tecnologia. La nuova classicità passa per le fibre sintetiche dell’icona.
Lui é MATTEO BASILE’

M.B. scivola nei morbidi sentieri della memoria che si stratifica, producendo visioni improvvise, abbaglianti, lisergiche come un flash che solidifica l’improvviso ricordo. La sua pittura nasce da vecchie fotografie dove tutto resta sospeso e sfuggente. Il passaggio del colore esalta dettagli minimi, oggetti evocativi, atmosfere silenti. Il quadro stabilisce così i perimetri aperti degli spazi figurativi. Vediamo una superficie tra materia e strati morbidi, colature e zone decise. Il risultato ti cattura subito ma si distribuisce nel tempo, ti invade lentamente per inventarsi decine di territori tematici. La sua attitudine scandaglia il disordine dei ricordi e sottolinea immagini universali, astratte nella loro natura profonda dietro quelle ombre mentali.
Lui è MANFREDI BENINATI

C. formula il limite feticistico dell’ossessione pop. Nel suo mondo definisce una geografia teorica tra l’attitudine adolescenziale, il divismo patinato e quei media popolari col loro bagaglio di esili illusioni. L’artista indossa maschere che ribaltano il sogno dentro il quotidiano. Si mimetizza tra costumi, dettagli, pose da set pubblicitario. Scorrono così alcune brevi storie per soppesare le stranezze del reale, il sogno privato, l’assurdo che si ricava spazio. Le immagini hanno colori caramellosi, grafismi vintage, costumi e gesti dove la performance privata diventa fotografia. E dove il cortocircuito esplode tramite gli “accessori Chiara”, pacchetti in stile Mattel che sezionano il glamour e l’appeal della maniacalità terminale.
Lei é CHIARA

A.D.F. conferma l’empatia radiosa tra apporto stilistico e percorso etico. L’impressione di storie astratte, infatti, si capovolge non appena indaghi le ragioni della forma e del colore. L’artista scende negli organismi invisibili e dialoga con la microbiologia, ingrandendo su carta o tela il suo sguardo civile sul presente. La natura diviene qui un concatenarsi armonioso di grovigli, tessiture, raggi strutturali. Una storia di pattern per raccontare la composizione scientifica del nostro pianeta. Luoghi pittorici da cui emerge uno sguardo eticamente febbrile, una visione sulla bellezza terrestre ma anche sul destino crudele dell’ambiente. Tra scienza e progresso, la primordialità del disegno ritrova davvero il cuore della civiltà.
Lui é ALBERTO DI FABIO

A.G. usa il proprio corpo come materia da scomporre e ricomporre attraverso le tecnologie. Per lui raccontarsi significa aprirsi alla verità più dura e coinvolgente, cogliendo gli angoli psicologici ed emozionali dell’autoritratto. Quel corpo membranoso è un campo di analisi profonda da spezzettare sotto lo scanner, prendendo singole parti che poi si mescolano ad altri elementi, vengono ridipinti con modalità digitali e stampati sopra supporti di sorprendente tattilità organica. La “classicità” frontale del ritrarsi scandaglia la pelle per capire le moltiplicazioni dell’identità. La visione di Gianvenuti risulta acida ma introspettiva: un vero ribaltamento dei bagliori pop in una chiave profondamente (e seriamente) interiore.
Lui é ALESSANDRO GIANVENUTI

F.G. narra l’esperienza biografica con una pittura netta, sintetica, digitalizzata per status formale. Il suo neorealismo mediatico attraversa l’immaginario pop della vita odierna: verso magazine e vetrine, marchi e cartelloni, web e cinema, tenendo la vita reale come collante tra gli stimoli del quotidiano. L’autore cerca piccoli eventi che compiono la narrazione dentro il quadro. Amici e conoscenti, oggetti personali, pezzetti di intimità: i loro segni compongono le incursioni biografiche dello smascherarsi per raccontarsi. Elevando, tra bianconero e colore, gli scarti della notte, le abitudini del giorno, il ritmo di una ritualità privata che innalza i valori della normalità. Ed ecco il quadro, alla fine, tramutarsi in vero diario narrativo.
Lui é FRANCO GIORDANO

M.L. plasma l’esterno del corpo come fosse uno specchio dell’identità prescelta. Il suo carisma performatico rivolta il costume della tipica moralità sessuale, sociale, culturale. Ci sono singoli personaggi che inglobano gli abiti, fisici ed interiori, di attori credibili dentro piccole saghe catartiche. I colpi scenici da teatro scultoreo alzano l’energia umana delle narrazioni finali. Prima vedevamo il volto dell’artista, la sua plasmabile adattabilità fisica. Scoprivamo storie borderline, corpi difficili, anomalie sociali. Oggi quei volti scoperti diventano le maschere che moltiplicano le identità nascoste. Nelle scene di caccia, tra boschi odorosi e pose allusive, i costumi zoomorfi vestono persone che celano il viso per disvelarsi nei contenuti.
Lei é MYRIAM LAPLANTE

R.P. disegna al computer diversi corpi ibridi che confondono la nostra percezione della natura. Col suo tratto arcaico svela l’anima più asciutta del linguaggio digitale. E sottolinea la bellezza di una tecnologia acida, postgraffitista eppure “leonardesca” nello spirito del dipingere. La libertà mentale e il senso del contaminare regolano le zoografie e i paesaggi mentali dell’autore. I suoi muta(n)ti mescolano microbiologia e dettagli antropomorfi, disegno e campionamenti mediatici, rimandi al vero e flash fantastici. Il risultato, spiazzante e profondo, offre un approccio organico alla freddezza dei software. Ogni volta senti che la manualità resta viva per adattarsi alle potenzialità aperte delle protesi digitali.
Lui é RAFAEL PAREJA

C.S. si muove col piacere visivo che ribadisce la curiosità interiore, l’indagine territoriale, l’eclettismo delle intenzioni. La fotografia è il mezzo preferito ma non mancano installazioni spiazzanti, sculture mobili dove si simula un pezzo sintetico di realtà. Per l’artista ogni progetto necessita di supporti adeguati che rimandino le migliori atmosfere, i giusti toni emozionali, le ragioni fisiche della riproduzione. La stampa può allungarsi in ampie panoramiche. Talvolta si scompone per molteplici frammenti. Altre volte si ingigantisce su supporti tattilmente adeguati. Non mancano gli interventi manuali, le aggiunte di schiume e colori, i deterioramenti mirati. Un mondo dove la fotografia si contamina con le ragioni della sua evoluzione urbana.
Lui é CORRADO SASSI

A.T. indaga la cultura del supereroe, ultimo ma rinnovabile dignitario dell’eroismo etico. I suoi personaggi nascono dalla vita, dalle utopie sociali, dalla visione “religiosa” delle cose. L’artista, non a caso, leva ai protagonisti il vincolo fumettistico e li regola come icone di un flusso arcaico che arriva a noi. L’opera finale si connette con la religione e l’antropologia, con la memoria umanistica e la scienza genetica. Tutto, infatti, inizia da riferimenti “bassi” finché non se ne smonta l’apparenza. I richiami culturali si contaminano con le radici “alte” dell’immaginario e virano verso i costrutti filosofici dietro l’icona. L’opera, alla fine, sintetizza una contrapposizione epocale: tra la coscienza del mondo e la vitalità dello sguardo interiore.
Lui é ADRIAN TRANQUILLI

G.T. esiste come pura presenza informatica. Il suo nome, infatti, nasconde un radicale incastro tra arte, icona e identità. I quadri sono virus che mostrano perfezione pittorica, dinamismo fotografico e finzione filmica. Visioni stratificate che mettono gli ideali futuristi nel presente elettronico. Le immagini nascono per catturare, concettualmente ed emozionalmente, i climax della massima tensione: come un atto sessuale, l’estasi femminile, la paura negli occhi, l’ansia di scenari horror, l’incidente stradale preso durante l’impatto distruttivo. L’artista ha capito quanto i linguaggi statici (pittura, fotografia) e dinamici (televisione, video, cinema) possano fondersi in un immaginario aperto. Un luogo pittorico di memoria e futuro.
Lui é GIUSEPPE TUBI