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Il terremoto creativo della Street Art italiana. Un sottotitolo che delinea perimetri e superfici del progetto per Roma. Una mostra che vuole essere l’incrocio sociogeografico di storie creative inafferrabili, trasversali, crocevia espressivo tra individuo e luoghi nella più intensa comunità aperta del panorama artistico nazionale.

SCALA MERCALLI è una scossa progressiva dal cuore creativo. Il sisma riguarda le modalità d’intervento urbano ma anche le attinenze con cui gli artisti rimettono al centro il disegno e la pittura, linguaggi primordiali che si combinano ai rumori metallici e agli odori aspri della città odierna. Un mondo dove la critica sociale, il rigore etico e l’intelligenza concettuale sposano la potenza dei risultati estetici, ora coi citati approcci bidimensionali, ora con senso volumetrico e sintesi plastica del linguaggio prescelto. Un progetto per ribadire il valore storico di un movimento spostaneo che si ritrova assieme su riferimenti similari, creando una comunità ideale (ma anche reale) in cui le differenze avvicinano e danno omogeneità non solo generazionale.

Partiamo dalla premessa su cui poggia l’edificio multivisuale del progetto capitolino. Tutto ha preso forma la scorsa primavera al PAC di Milano. Alessandro Riva curò la mostra Street Art Sweet Art, ovvero, oltre trenta artisti italiani che profilavano le storie recenti del postgraffitismo sul nostro territorio. Una notevole scossa per la città meneghina, anche perché così tanto pubblico in quel museo non si era mai visto. L’evento espositivo si presentava in modo attrattivo e intelligente: molte opere realizzate su misura per lo spazio, un’invasione macroscopica del luogo con incastri combinatori tra autori di varia caratura ed eccitante visionarietà. Siamo partiti da quel progetto, usandolo come fondamenta su cui aggiungere l’apertura territoriale che a Milano mancava. Se devo imputare un difetto evidente a quella mostra era proprio la parzialità geografica che sbilanciava i pesi sul piatto della scena lombarda. Qui a Roma abbiamo aperto l’obiettivo geografico verso il Centro e il Sud, aggiungendo quei nomi che ci sembravano la miglior rappresentazione possibile dello scenario complessivo. Qualcuno imputerà manchevolezze, assenze di intere regioni, troppi nomi di Roma e Milano rispetto ad altri contesti. Di fatto, le due “capitali italiane” continuano ad imporsi in termini quantitativi, proprio perché la tipologia urbanistica e il contesto sociale lo permettono in modo evidente. Anche Bologna, benché meno antagonista rispetto ai decenni trascorsi, dimostra la sua centralità territoriale. Napoli si conferma un contesto di stimolazioni sensoriali, fedele ad un processo underground che investe l’arte visiva e la musica elettronica con risultati spesso eccellenti. In realtà tutto è ormai disomogeneo: diversi autori che vivono ad Amsterdam, Biarritz o Barcellona, tanti gli “emigrati” che dalle regioni del sud sono saliti a Roma e Milano, oltre a tutti gli autori nomadi che viaggiano di continuo, quasi senza fissa dimora. Le coordinate geografiche si trasformano in un semplice pretesto, scontato ribadirlo. La tendenza globale dimostra quanto conti l’empatia culturale e non certo il luogo specifico in cui operi. Lo spazio momentaneo d’azione creativa diventa oggi il vero luogo geografico, una sorta di micromondo diaristico che sintetizza l’esperienza in quel pezzo di muro, edificio, museo, galleria, interno domestico ma anche su quel pezzo di tela, carta, plastica, cartone, metallo, polistirolo…

(0) La geografia reale si trasforma in una mappa delle coordinate interiori

Perché concentrarci esclusivamente sulla scena italiana? Semplice la risposta, mancava una mappatura del nostro territorio in una sede istituzionale di elevato profilo. Il panorama internazionale ha regalato mostre importanti, prima fra tutte la magnetica Beautiful Losers che ha visto alla Triennale di Milano una delle sue tappe itineranti. Se riavvolgiamo il recente passato scopriamo tanti eventi che hanno raccontato gli scenari statunitensi ma anche brasiliani, francesi, britannici, messicani, giapponesi… insomma, diverse aggregazioni hanno trovato la forma compiuta di mostre efficaci per metodo e approccio, mentre la “povera” Italia prestava il fianco ad ospitare (ben vengano, sia chiaro) personali e collettive di solido profilo, senza però dotarsi di un riflettore ad alta intensità che esaltasse i caratteri competitivi del nostro scenario. Si ripensi all’impatto storico che ebbe la mostra (nonché il fondamentale catalogo) Arte di Frontiera, ideata da Francesca Alinovi e inaugurata nel 1984 presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna. Il libro rimane tra i primissimi al mondo a sintetizzare il fenomeno del writing come fermento globale che avrebbe investito urbanistica, politica, sociologia, moda, comunicazione, design. Da quella mostra al progetto del PAC sono accadute molte piccole cose ma l’Italia, nel suo ambito più istituzionale, sembrava adagiarsi agli aspetti semplicistici del writing, spesso con mostre che adottavano i big statunitensi senza mai documentare le nostre migliori storie. Pecchiamo sotto il profilo del sistema economico ed organizzativo, questo lo sappiamo ed è inutile affondare il coltello nella piaga italica. Di contro abbiamo autori di qualità competitiva che regalano immaginari di motivata densità contemporanea. Non è un caso che in ambito privato, spesso per il merito organizzativo degli stessi artisti e dei loro sodali, abbiamo avuto piccole mostre dal segno indelebile: penso a quanto fatto a Milano da Atomo, Wildstylers e Art Kitchen, a Roma dal collettivo editoriale Drago, da Blue Cheese Factory, STUDIO14 e CROMIAE, a Napoli da Evoluzioni e INWARD (Osservatorio Internazionale sulla cultura del writing), a Bologna dal Link e dall’Associazione Opus Magistri… SM, insomma, vuole indicare quelle punte individuali che dimostrano mentalità adulta e solido approccio artistico. Espressioni creative che non si perdono nel vincolo adolescenziale della pura rabbia urbana, del caos senza ponderazione, delle esplosioni visive prive di concetto. SM sottolinea gli stilemi che sono artistici dall’idea alla formulazione finale, ricchi di sane commistioni, amalgamati da un collante interiore che intuisce la sintesi iconografica e il valore fondante dei codici elevati.

(1) L’arte come costante ricerca lungo la linea gotica delle frontiere valicabili

Molti si faranno un’altra domanda: secondo quali metodologie sono stati scelti alcuni artisti e scartati altri nomi dal linguaggio talvolta coincidente? Il principio attivo della selezione è partito sempre dal contesto urbano, materiale e ingrediente ispirativo per tutti. Una città che non deve limitarsi ad essere entità d’accoglienza ma un propulsore attivo che la renda funzionale e strumentale allo stesso tempo. Non solo muri ma edifici, monumenti, mezzi di trasporto, scarti, anfratti, vetrine, club, luoghi di eventi, scuole, università… qualsiasi elemento urbano diventa per gli artisti fonte d’ispirazione e mezzo espressivo, secondo usi e costumi che si plasmano sui caratteri del luogo e del periodo in questione. Metropoli o piccoli centri non cambia il discorso, conta l’attitudine urbana degli artisti, la loro dialettica motoria con le forme abitabili, l’azionismo metodico dentro centri e periferie, interni ed esterni, punti alti o bassi, situazioni più o meno legali. E non si pensi al diseducativo legame mediatico tra artisti e vandalismo, un triste binomio che il moralismo civico applica al writing in modo generico, mescolando la stupidità di alcuni (certo non presenti nella mostra) alla qualità visionaria di altri (quelli che rendono la mostra una visione riuscita). Qui si parla di un dialogo consapevole con la città, di un legame che crea ispirazione e che, quando d’intervento si tratta, tende alle ragioni contemporanee del bello. Al contesto urbano si aggiunga il legame d’appartenenza che quasi tutti hanno col writing, primaria natura anagrafica con cui delineare le radici fondanti di certi radicalismi dello sguardo. Quando il legame col writing non è diretto rimane centrale la simbiosi con la città, così netta da inglobare lo stesso graffitismo come elemento generativo del flusso globale. Per capirci meglio, la maggior parte degli artisti ha trascorsi con bombolette e pareti urbane, oltre ad un presente dove la città aperta è ancora un luogo intrigante da conquistare. Quei pochi che non hanno tatuato la città hanno comunque esperienze sistematiche con le sue “meccaniche alimentari”, ne assorbono la linfa e la usano in modi rigenerativi. Scorrete le differenze tra gli artisti e noterete una voce di sottofondo che parla il medesimo idioma, come se l’atteggiamento di fronte alle cose tenesse le creatività in un simile oceano genetico.

(2) La città diviene linguaggio, strumento e materiale elaborativo

La mostra parte da qui: il contesto urbano da una parte, le radici del writing dall’altra. Ci interessava indagare come la città e la vecchia scuola del graffitismo stessero alimentando le ulteriori modalità creative di quell’arte con una natura metropolitana. Capire come stesse crescendo un contesto espressivo che detesta i manifesti programmatici e vive su comuni piattaforme generazionali. SM studia la natura ibrida di una figurazione che viene dalla strada ma che ha saputo riorganizzare il proprio assetto, adattando forme e concetti alle nuove spinte del mondo reale. Vedrete moltissima pittura nei confini storici del quadro, disegni di raffinata energia stilistica, immaginari fotografici, stencil, sculture e progetti installativi che sperimentano combinazioni inconsuete. Lo scibile linguistico si dirama in ogni direzione, dimostrando la maturità creativa di una compagine italiana con molte cose da dire (e ribadire).

(3) Il writing e la sua natura adulta lungo la dura legge del rinnovarsi

Non sforzatevi a ricondurre gli artisti su comunanze esplicite. E’ la diversità organica a denotare la compattezza di un flusso creativo tra i più significativi del panorama contemporaneo. Dire Street Art, in fondo, significa poco o nulla in termini di fenomeno culturale, basta scorrere l’elenco dei nomi per rendersi conto delle molteplici attitudini in ballo. Eppure hanno ancora senso queste due parole, arte e strada, con cui innescare il cortocircuito tra individuo (arte) e mondo esterno (strada). In un panorama dove le avanguardie sono un lontano ricordo e i manifesti esistono solo in termini di affissione, il fenomeno Street Art stabilisce un’omogeneità internazionale che accomuna anziché distanziare. Le opere respirano a fondo, pulsano di vitalità senza timidezze, odorano di sangue vivo. Con puro linguaggio urbano, diciamo che “spaccano”.

(4) La strada come un mare misterioso ad onde variabili e costanti

Una sezione del progetto, volutamente non distinta dal resto affinché la mescolanza totale ricreasse il senso del flusso, ci porta ad alcune radici del fenomeno street. Penso a Paolo Buggiani, l’artista italiano che sul finire degli anni Ottanta ha invaso New York con le sue performance e installazioni urbane. Era lì assieme a Keith Haring, Richard Hambleton, Ken Hiratsuka e tanti altri, fautore di un nuovo modello creativo che stava cambiando il rapporto invasivo tra artista e città. Penso a Cuoghi & Corsello, invasori poetici di una Bologna che ha rieditato il suo volto underground assieme alle forme del duo più radicale del sistema artistico italiano. Penso a Pino Boresta, tra i primi ad attaccare il proprio faccione adesivo su migliaia di zone urbane. Penso a Fausto Delle Chiaie, ossessivo demiurgo di microsculture nell’area romana di Piazza Augusto Imperatore, davanti ad un’Ara Pacis che ha visto centinaia di eventi stradali firmati da uno dei più solitari e coerenti artisti in circolazione.

Non descriverò le peculiarità stilistiche e concettuali di oltre cinquanta artisti. Ci penseranno le immagini a stuzzicare la curiosità, aprendo l’interpretazione e il doppio, triplo, quadruplo senso di ogni lavoro. Qui preferisco raccontare i caratteri tematici che definiscono il corpo organico del progetto. Molti riferimenti, ad esempio, avvicinano gli artisti, in diversi casi si tratta di differenti approcci rispetto a simili richiami dai caratteri riconoscibili. Prego, signore e signori, a voi il dettaglio con cui orientarvi tra le linee andamentali di SCALA MERCALLI.

(5) Gli organi definiscono un corpo e il suo esperanto visuale

Oh mia bella società (civile)
La vita pubblica, la cronaca e la politica, gli eventi di richiamo collettivo: fatti e misfatti del mondo sono un canale di continua riflessione metabolica. Gli artisti sentono la spinta centripeta della società, filtrando l’antagonismo civico in maniera esteticamente forte e concettualmente lucida. Per tutti loro la dialettica di contrapposizione resta un frangente centrale, diciamo che senza antagonismo crollerebbero alcuni piloni morali che potenziano l’intero fenomeno della Street Art. Però gli artisti non si fermano ai modelli desueti degli anni Ottanta, evitando l’attacco frontale e didascalico, il tono ideologico, lo sloganismo da fanzine stile anni di piombo. Scelgono, invece, l’approccio tra metafora e allegoria, altre volte nascondono la “dinamite etica” sotto la superficie in apparenza quieta, altre ancora narrano di posti fantastici per allertarci sul mondo attorno a noi. In una maniera o nell’altra la società civile entra nei tessuti cutanei del progetto, indagando le ferite che la morale traballante crea nel corpo esposto della vita collettiva.

(6) La società racconta il sacro lungo i rumori e lo sporcizia del suo metabolismo

Sacro, Sacralità, Sacralismi
Presenza spesso immancabile è l’iconografia del sacro, valutata e interpretata con figurazioni radicali, spesso ironiche, comunque mai decorative o rafforzative del dogma. L’artista tende ad abbassare il livello di guardia, giocando con gli immaginari, rielaborando le più comuni formule visuali, riportando la religione fuori dalla pesantezza collettiva, levando così quel peso ideologico che squalifica il necessario laicismo di una società democratica. Il filtro catartico risiede nelle sacralità con cui gli artisti isolano certe figure o elementi oggettuali, restituendo l’aura aperta di cui la nostra società ha urgente bisogno. Non si tratta di inclinazioni cattoliche quanto di una disposizione sacrale, quasi “eucaristica” di fronte al mistero metafisico che attira lo sguardo profondo. La religione è attorno a noi in moltissimi modi: e da questa certezza gli artisti stuzzicano l’immagine con la sfida iconografica dell’icona sacra e liberatoria. Lo scatto in avanti riguarda la mescolanza dei sacralismi con la prosa sporca della vita quotidiana, levando quella falsa poesia del sacro decorativo che piace tanto ai moralisti doc.

(7) La memoria come necessità rigenerativa per esprimere le urgenze morali

Riferimenti culturali a tasso variabile
Per tutti loro il mondo si trasforma in un gigantesco serbatoio multllinguistico, un territorio sensibile che produce riferimenti con cui alimentarsi per crescere. Alto e basso rimangono divisioni ininfluenti, anche perché penalizzerebbero la libertà d’approccio e sintesi. Per capirci con due esempi: Robert Crumb non ha nulla in meno degli artisti americani nelle collezioni del Whitney, Andrea Pazienza nulla in meno dei nomi museali che circolano in forma sistematica. Nella cultura street entrano in gioco la letteratura e la saggistica, la musica e il teatro sperimentale, certo cinema e tanti legami con la comunicazione visuale… Cito in ordine sparso, tra suggestion personali e fattori condivisi: Adbusters, Peter Saville, Raymond Pettibon, Jean-Michel Basquiat, Wired, David Carson, Tomato, Neville Brody, Larry Clark, Caravaggio, Mimmo Rotella, Keith Haring, Beastie Boys, Harmony Korine, Michelangelo, Andy Warhol, Pier Paolo Pasolini, elettronica sporca, Futura, percorsi hip hop, snowboard, Martin Kippenberger, Gus Van Sant, postrock, cultura indie, Robert Williams, Francis Bacon, Adidas, Mark Ryden, Pino Pascali, Federico Fellini, Robert Rauschenberg, Vice, Jean-Luc Godard, skateboard, David Hammons, Juxtapose, surf, Swindle… poi mi piace pensare al sound di Prefuse 73, Coil, Squarepusher, X-Coast, Jimi Tenor, Claudio Fabrianesi, Jamie Lidell, Lory D, Beck, Matthew Herbert, Marco Passarani, Matmos, DJ Shadow, Akufen, Trentemøller, Burial, Almamegretta, Pilooski, Dj Godfather… musicisti tra loro diversi che raccolgono le stesse contaminazioni urbane della Street Art. In realtà potrei dilungarmi tra centinaia di riferimenti, visto che ognuno (dal sottoscritto a tutti gli artisti coinvolti) costruisce il proprio stile attraverso un ampio bagaglio di informazioni e selezioni. Ho citato alcuni progetti che colpiscono il mio immaginario, a riprova che il legame tra linguaggi diversi esiste in forma spontanea e riproduttiva. Come accade, appunto, nelle storie della Street Art.

(8) Un flusso orizzontale dove la storia dell’arte esprime il continuo presente

CitAzione
La storia dell’arte merita un discorso separato, da affrontare con la coscienza che le avanguardie siano confluite l’una dentro l’altra attraverso dissolvenze più o meno morbide. Non esiste una verità artistica che separa movimenti e tendenze in maniera netta. Semmai si tratta di dialoghi e passaggi, influenze sottili che girano attorno ai caratteri, ai legami umani, al modo talvolta banale di costruire la Storia giorno per giorno. Su queste basi mi sembra che la Street Art abbia un atteggiamento sano nei confronti della memoria artistica, quasi a ribadire quanto la Storia sia un lungo viatico orizzontale sul quale si viaggia seguendo la stessa direttrice. Ecco i nostri artisti pescare in modo liberatorio e mai ideologico, talvolta con l’inconsapevolezza del talento onesto, altre volte con la lucidità intellettuale che dà il giusto peso agli archetipi. L’arte si presenta come un luogo di valori fondanti in cui però bisogna saper giocare, mescolando riflessioni e passioni senza alcun dogma, senza la paura del cortocircuito, senza l’ansia da prestazione istituzionale. Se il gallerista più intuitivo del mondo, il signor Jeffrey Deitch per la precisione, sta puntando molti jolly su autori di provenienza street, ci sarà un motivo non solo commerciale? Guardiamo Clare E. Rojas, Chris Johanson, Phil Frost, Ed Templeton, Ryan McGinness, Mike Mills, Thomas Campbell, Barry McGee, Stephen Powers, Shepard Fairey (alcuni di loro collaborano Deitch Project, altri con gallerie comunque incisive)… sono il corrispettivo di quanto vi racconteremo nel contesto italiano del progetto, prova provatissima che per tutti la memoria è un meccanismo necessario su cui costruire la propria fisionomia. Gli autori appena citati metabolizzano la cultura contemporanea dentro una responsabilità che considera la storia dell’arte americana, il contributo della cultura europea ma anche nativa e latinoamericana, le minoranze e alternative borderline, le passioni individuali e molteplici riferimenti collettivi. Citare (in un certo modo, è ovvio) significa crescere, sviluppare forme che nascono da un pensiero comunicativo e da un’attitudine altrettanto comunicativa. Una citazione che si allarga al naturalismo scientifico, alla chimica e alla letteratura, alla biologia e alla zoologia, alla storia e alla geografia… La citazione si disvela con fisionomie inconsuete, matura per ibridazioni e scarti, sovrappone cortocircuiti, altera la stessa direzione del richiamo. Citare come spazio evolutivo di una memoria metabolica, asciutta ma emotivamente coinvolta. Il senso della Storia come senso dell’identità aperta.

(9) Il corpo e il suo paesaggio elettivo: storie di aderenze e trasgressioni necessarie

Paesaggi reali. Paesaggi ideali
Necessario e scontato il continuo dialogo col paesaggio. Vince per ragioni ovvie la cultura metropolitana, distribuita in forme mutanti, indecise come il tessuto tellurico delle città attuali. Ma la metropoli diventa anche visione, accesso al futuro e al vizio della veggenza. Poi si aggiunga la visione del paesaggio integro, necessaria contrapposizione al mondo asfissiante che conosciamo. Nello sguardo verso un eden ora distensivo, talvolta apocalittico, altre volte più mediterraneo ma anche più nordico per deriva fiabesca, la figurazione esprime valori di raffinata sapienza concettuale. Paesaggio ideale e reale si scambiano informazioni vigili, azionando il pensiero sui contesti che ospitano le storie. Il luogo parla e agisce, prendendo spazio scenico con l’attitudine di un concetto aperto che accolga le idee. I paesaggi, oltre a raccontare spazi plausibili, tornano a farsi linguaggio e motore concettuale, una geografia d’azione per ambientare un decisivo scatto creativo.

(10) Eros rumoroso, metallico, disomogeneo: ecco l’attualità iconografica del sesso

Umori e carnazza
Il corpo e la sessualità rimangono il cuore pulsante della figurazione più coraggiosa. Approfondite svariati artisti e vedrete la rilucente vitalità del loro approccio, la qualità erotica delle posture narrate, lo stile genuino dello sguardo mobile. Compaiono spesso corpi attesi e desiderati. Le trasgressioni più nobili e mobili trovano molteplici valvole di sfogo espressivo. Non esistono privazioni ma solo emozione, integrità, fascino. Disegno e pittura liberano il sesso senza dargli lo scenario più didascalico, come avviene tra i fotografi specializzati nel nudo erotico. Qui la mescolanza è d’obbligo, quindi tanta sessualità ma nel contesto meticcio di una dimensione urbana dalla provocazione metodica. Non ci si ferma allo snapshot senza ambientazioni, proprio perché non si parla di arte erotica e di ossessione esclusiva. La bellezza femminile viaggia tra underground e overground, si veste con gli abiti del paesaggio ideale e reale, metabolizza lettering e feticci. L’eros si sporca nei mille modi in cui il corpo ritrova l’energia integra del mondo.

(11) La progressiva discesa nel dettaglio. L’arte scende sempre nel particolare

Fetishism
Rispetto al passato si nota un’alta frequentazione del feticismo a varie latitudini oggettuali. Molte le scarpe femminili con tacco dai dieci centimetri in su, a conferma di una cultura pubblicitaria che ci influenza così tanto da alimentare bulimicamente le nostre già febbricitanti ossessioni. Assieme alle scarpe non manca il resto sul tema erotico, l’abbigliamento sexy è una costante che gli artisti individuano con insistenza liberatoria. Ma come nel sesso anche qui non ci si limita al resoconto didascalico, niente del realismo frontale da fotografia erotica. La cultura fetish significa immersione nella complessità, a conferma di come le cose abbiano influenze, radici, conseguenze.

(12) Il linguaggio si mette in gioco per esprimere la sua competenza morale

Lettering ring ring…
Chiudiamo con l’ideale inizio del circuito tematico, ovvero, la parola. Torna centrale nel linguaggio di alcuni autori, talvolta in forma totalizzante, altre volte per un completamento organico. Penso a chi sceglie il testo come struttura poetica di grande formato. Oppure a chi indaga ed evolve la grafologia del segno, inventando ulteriori riflessioni che cambiano la percezione stessa del writing. La parola si conferma uno strumento espressivo ma anche un tema d’indagine, uno spunto etico, un risultato meticcio che distribuisce immaginari attorno al lettering.

Tutto torna poiché tutto scorre

La circolazione delle idee esprime l’omogeneità liberatoria degli artisti

0, 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12… il sisma è qui tra noi