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Al servizio Gianluca Marziani: mancino, classe ‘70, giocatore da backspin ostico e calibrature angolate, adoratore di campi veloci e discese sottorete… ace al centro per presentarmi come curatore di un progetto che tocca una corda (o tutto il piatto corde) a cui sono legato: mi riferisco al tennis, sport sublime che pratico fin dai teneri anni in cui le racchette (con dilemmi tra Donnay o Dunlop, corde in sintetico o budello, piatto piccolo o semiracchettone) erano legnose e belle pesanti, soprattutto per un giovanissimo atleta che adorava la sfida all’ultimo colpo. Ho sempre creduto nel valore fondativo della cultura sportiva, materia muscolare che fornisce strumenti interiori per comprendere meglio il mondo, le relazioni, l’educazione al vivere civile. Al contempo, credo nello sport come cultura visiva, luogo dove l’arte recente capita ancora poco e con minima convinzione. Quando ci arriva avviene spesso in modo didascalico, di rado con quella sana cattiveria che scova l’utile senza il puro dilettevole, il dietro le quinte senza troppa specularità col vero. Da tempo mi chiedo perché l’arte contemporanea abbia poca dimestichezza con gli sport, in fondo l’arte resta l’unico linguaggio che crea simboli, territorio che trasforma le immagini in immaginari: e lo sport, non dimentichiamolo, sugli immaginari fonda parte del suo successo planetario. Muovendo i pensieri tra presente e passato, evoco i mosaici nelle piscine del Foro Italico, la statuaria muscolare lungo l’ovale dello Stadio dei Marmi, il taglio architettonico di Luigi Moretti per la Casa della Scherma: capolavori iconici di rigore ed estasi visionaria, esempi troppo solitari in una cultura collettiva che talvolta dimentica le ragioni dietro una postura, il concetto dietro i gesti, la storia dietro i codici di una disciplina. Arte e Sport avevano legami profondi nella cultura classica, sia greca che romana. Poi prese il sopravvento la sublimazione del corpo, il suo ingresso nella Storia e nella Religione, oltre i culti atletici e la simbologia del movimento fisico, verso mitologie letterarie, scene da interni e voli verso il cielo. Il corpo rinascimentale e barocco cercava altre storie, così anche il Settecento e parte dell’Ottocento. Furono le gesta impressioniste e divisioniste a riportare il quotidiano dentro la cornice, fornendo allo stesso sport un nuovo lasciapassare che andava oltre l’antica citazione. Il problema fu il propagandismo e il cattivo uso dei valori universali, anche se proprio le correnti razionaliste del primo Novecento regalarono immaginari sì trionfalistici ma anche esoterici e stranianti, una catena alchemica di energie sotterranee ed emozioni rigenerative. Negli ultimi decenni capitano rare incursioni di grandi artisti nelle geografie sportive: cito come giusti esempi il duo Douglas Gordon e Philippe Parreno col video concettuale su Zidane; Brian Jungen che ha composto sculture con scarpe e altri accessori sportivi; le performance fotografiche di Robert Gligorov; il video in cui Paul Pfeiffer ha cancellato i pugili dal ring o i giocatori dal campo di basket, lasciando il solo audio in una sorta di partita tra uomini invisibili… qualcosa, insomma, esiste all’orizzonte ma sono tracce solitarie, prive di una metodica organica e coerente. Roma 2011… al servizio l’arte contemporanea, pronta a ragionare sul tennis con l’attitudine del linguaggio profondo, interstiziale, spiazzante. In mostra non vedrete ritratti pittorici di tennisti del momento, né la semplice fotografia di campi, né qualche scultura in marmo o bronzo che fa il verso ai giovani campioni. Gli otto artisti rivelano angoli nascosti, storie particolari, frangenti subliminali o invisibili. Non vogliono rispecchiare ciò che sappiamo ma preferiscono rallentare o accelerare, avvicinarsi o allontanarsi, ribaltare o smontare. Questo significa entrare nelle origini di uno sport, nelle storie disperse, nei meandri degli sconfitti, nei perché dietro ogni regola. In altri casi significa analisi degli elementi, senso del tempo e dello spazio, riflessione sugli oggetti del tennis con la loro storia celata o dispersa. Di fatto le opere non copiano il reale ma lo manipolano, lo spostano dal suo asse quotidiano per renderlo protagonista di un immaginario. Roma: città storica e Foro Italico… gli otto artisti avranno una doppia anima espositiva, prima in alcuni luoghi connotati di Roma e poi, durante i giorni di programmazione del torneo, nei viali del Foro Italico, dove il cortocircuito prenderà la sua forma ideale. Le loro opere verranno inserite dentro appositi supporti installativi, costruiti come quinte neutrali in forma di piccolo campo (da tennis, ovviamente). Mentre scrivo sto immaginando le opere dentro i loro acquari momentanei, quando restituiranno a Roma otto visioni emozionanti, linguisticamente eterogenee, attente ai valori iconografici ma senza retorica. Quattro donne e quattro uomini… otto artisti in totale, come il numero dei semifinalisti che si sfideranno per l’accesso alle due finali. I nostri autori giocheranno una partita diversa che è la gara randomica degli sguardi collettivi, l’osservatorio libero in cui ogni spettatore riceve un servizio di prima palla dall’opera stessa, subendo il colpo o rispondendo nel modo adeguato. L’opera riuscita è così: potente e impegnativa, semplice da intuire ma difficile da gestire. Richiede concentrazione alla risposta, occhi perspicaci e muscoli (del cervello) ben allenati, altrimenti si rischia la confusione e la perdita dimensionale del campo di gioco (la vita reale in questo caso). Non credete alla favoletta dell’arte come una roba facile per abbellire i muri e far sorridere la gente. L’artista è un solido atleta della morale, un agonista del significato in un mondo di avversari eterogenei e campi diseguali. Deve trovare colpi sempre nuovi per spiazzare i fruitori, che poi sono gli avversari leali dell’artista e della sua opera. La partita continua oltre il risultato parziale, è ovvio: perché l’opera vive una competizione rinnovabile che appartiene alle epoche e ai luoghi, ad una longevità che supera il presente dei materiali e dei codici estetici. Match point per gli otto artisti. Non un singolo campione, almeno per questa volta, ma otto vincitori che aprono il risultato ai vostri colpi vincenti. Decidete voi come chiudere la partita, basta che il colpo di chiusura sia sempre del fruitore. Perché l’arte visiva, oggi come ieri, apre domande che cercano le singole risposte di ogni occhio che guarda. Importante è partecipare (allo spettacolo della vita). Fabrizio Campanella decostruisce il reale secondo geometrie dinamiche dalla forte personalità cromatica. Il campo da tennis ma anche i movimenti umani diventano incroci di linee, angoli espressivi e abbinamenti di colore, ridando armonie a contrasto che sintetizzano il moto fisico del match. Un tennis dalla natura elettronica in cui gli elementi pittorici azzerano la realtà figurativa e creano lo scheletro futurista dei colpi, della palla in azione, delle traiettorie di ogni giocatore. Sul campo ideale si muovono due figure che aspirano al centro dell’opera. La prospettiva si stringe e gli elementi scenici assumono la forma astratta del moto in avanti, della velocità improvvisa, dell’azione che è viaggio gravitazionale dentro un match visivo dal valore metaforico. Epvs ha elaborato un quadro lenticolare che contiene nove immagini differenti. Sette movimenti (immagini) riguardano un ipotetico match dove l’artista si presenta con racchetta impugnata e look performatico, acido, iperpop. Due movimenti riguardano, invece, la stessa artista mentre pratica yoga, disciplina che si assume l’onere della meditazione statica, del movimento interiore, della coscienza prima di un match. Fermezza e spostamento convivono nel gesto colorato dell’autoritratto multiforme. Un’apparizione giocosa come richiede il senso dello sport ma anche concentrata come deve accadere quando la potenza incontra il controllo. La postura tennistica diviene performance per ridarci una vertigine pop dalla mirabolante energia femminile. Marianna Masciolini è partita da un ricordo, la surreale partita a tennis nel film “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni. Un match senza palle dove gli avversari muovevano l’invisibile come ballerini dentro un parco rigoglioso. L’opera sembra tracciare le traiettorie che il film evocava nel silenzio teatrale degli attori. La cosmogonia gialla dell’artista disegna trame cellulari, una specie di blow-up (ingrandimento fotografico che rintraccia dettagli) su direzioni più o meno imprevedibili, risultato di cause ed effetti che somigliano ai modelli astronomici ma anche ai momenti non previsti di una vita umana. Colpire la palla, centrare l’obiettivo, ottenere il punto: tennis e realtà si intrecciano con tutta la morbida femminilità di un’opera che dipinge l’immaginazione nell’aria. Maddalena Mauri evoca luoghi intimi e misteriosi, quinte notturne senza persone in scena, architetture di puro silenzio e luci irreali, quasi fossimo in un thriller o in certi noir realistici dove le solitudini si fondono coi luoghi. Vediamo un campo da tennis circondato da un edificio con grandi vetrate e camere asettiche. Capisci che qualcosa è accaduto o potrebbe accadere da un momento all’altro. Non trovi risposte ma cresce il pathos, l’opera produce energia attorno alle linee del campo deserto, lo stesso verde alla Wimbledon colora l’intera atmosfera e colpisce il nostro immaginario istintivo. Un dipinto che parla di storie oltre lo sport, di sentimenti e percorsi emotivi, di partite che non si giocano solo sul campo. Un quadro dove l’assenza amplifica la presenza del vuoto. Veronica Montanino ha creato un campo da tennis in cui il bianconero convive con una fitta trama di bolle. La rete è una mensola dove diversi oggetti scuri rimandano a Suzanne Lenglen, icona nella storia tennistica, sportiva leggendaria ed estroversa, passionale e trasgressiva, capace di rivoluzionare abbigliamento e gesto atletico, condizionando costumi e moda degli anni Venti. Una silhouette che tra un set e l’altro beveva brandy e si ripassava le labbra col rossetto, mostrava avambracci nudi e gonna a pieghe senza sottovesti. Alcune sagome nere riproducono i suoi arditi movimenti danzanti. A terra anche diversi oggetti che sfuggono al campo e diventano ambiente, creando richiami umani e poetici su una rivoluzione al femminile fatta con la racchetta al posto delle armi. Jonathan Pannacciò ha dipinto una sintesi geometrica dell’ordine universale e degli equilibri che governano la vita in ogni sua presenza. La perfezione olistica del tennis diviene metafora del ciclo cosmico; così la racchetta che, al centro dell’immagine, si trasforma in totem simbolico, arcano magico che è metafora di un disegno tra pensiero e azione. La geometria degli elementi richiama misteri ed energie rivelatrici, come se il quadro si trasformasse in un tarocco con cui l’esoterismo amplifica le relazioni tra idea e realtà. Un’opera per riflettere sul design universale della racchetta, simile a certe sculture dove testa e corpo nascevano da un’asse verticale su cui poggiava la parte ovale. Per non dimenticare che in ogni forma la funzione dialoga con un codice simbolico. Cristiano Petrucci è partito dalle emoticon (riproduzioni stilizzate delle principali espressioni umane) per ideare un campo emozionale interattivo, una geografia sportiva che sente le energie del pubblico e le somatizza, trasformandosi in un terreno “a misura d’uomo” dove si annulla la distanza tra giocatore e osservatore. Perché la pallina è finita sulla rete? Per sottolineare il valore dello sbaglio come principio di crescita. Lo dice lo stesso titolo dell’opera, "Let's play again", inno alla vita ma anche alla forza di riprovarci per giocare tutti i giorni la partita più importante che è la vita stessa. Palla in rete, ovvero, net. Palla sul nastro, ovvero, let. Giochi di parole e termini tecnici (la ripetizione del servizio quando la palla tocca il nastro) per un cortocircuito tra codici e sentimenti umani. Gianni Politi ha ritratto Walter Clopton Wingfield, inventore nel 1874 del tennis moderno. Attraverso una stampa digitale su tela, mescolando gli inchiostri con sostanze che fanno virare i colori d’origine, ha rielaborato un’immagine di repertorio per renderla puro volto iconico, sottoposto alla consumazione ideale del tempo. La faccia che resiste sotto colature e viraggi dà il senso della memoria che non cede davanti alla corrosione (e corruzione), indicando così il valore fondativo dei “padri”. Il quadro mescola pittura e tecnologia in una dimensione ribollente ed energetica, cosciente del progresso elettronico ma anche delle avanguardie a cui l’immagine odierna deve moltissimo, sia in termini estetici che concettuali. Un omaggio alle origini da cui prende forma il seme del futuro.
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