superfici mai superficiali
 
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I materiali del quotidiano diventano superficie viva ed elemento compositivo

I percorsi inaspettati di catene, radiografie, buste, carta da giornale, tovaglie…

La materia si trasforma in paesaggio estetico, emozionale, architettonico, poetico

La mostra si interroga sul riuso attivo di materiali eterogenei, portati a nuova vita attraverso l’utilizzo personale che ne fanno alcuni artisti contemporanei. Il riuso riguarda il caotico universo degli scarti urbani, degli oggetti con altre destinazioni, delle cose di cui spesso non ci accorgiamo. Un mondo che richiama le memorie sfocate di Christian Boltanski, gli assemblaggi sporchi di Jannis Kounellis, le pitture combinatorie di Robert Rauschenberg, gli oggetti pittoricizzati di Jim Dine, i cartelloni strappati di Mimmo Rotella, le foto “rubate” di Richard Prince, le ripitture di Bertrand Lavier, il caos multimaterico di Jason Rhoades. Guardando indietro con intelligenza e senso di rispettosa memoria, gli artisti in mostra ci offrono una versione attuale del rapporto con alcune superfici anomale. Abbiamo materiali di ogni tipologia e qualità, poveri o ricchi, nuovi o consunti, talvolta in completo abbandono ma anche freschi di uso prolungato. Le materie reali diventano l’elemento chiave del progetto, una superficie spiazzante che si trasforma in parte attiva della forma ma anche del pensiero dietro l’opera.

Partiamo proprio da Robert Rauschenberg, da un Dopoguerra in cui il progresso segnava l’impronta delle nuove metropoli. Rauschenberg fu tra coloro che osservavano la città pulsante, i suoi scarti, il caos di informazioni. In poche parole, la vita reale che veniva assemblata nell’opera per mescolarsi con pittura, fotografia e una miriade di elementi, canonici e non. Riferimento iniziale restava Marcel Duchamp, il geniaccio che ad inizio novecento prese uno scolabottiglie e lo rese scultoreo, usando il gesto artistico per creare l’aura sopra gli oggetti prosaici. Quel modo di pensiero venne chiamato Dadaismo e proprio Rauschenberg, dopo alcuni decenni, partecipò ad un frangente newyorkese (assieme a Jasper Johns e Jim Dine) che venne definito New Dada. A conferma del debito dadaista ecco gli albori di Rauschenberg con le “Scatole Personali”, ovvero, semplici contenitori dove si mescolavano materie naturali, piccole fotografie, corde, piume e altri feticci di una memoria trascorsa. Sempre dei primi anni Cinquanta erano le “White Paintings”, ovvero, grandi tele bianche in cui il monocromo seguiva le tendenze della New York astrattista. Quadri in apparenza anomali dentro una carriera che si è poi gettata nella sporcizia del quotidiano. Ma che confermano una sorta di contraltare emotivo, il segno del dilemma interiore tra la pulizia ascetica del bianco e la nobile spazzatura con cui “sporcare” quei fogli candidi. La vera svolta ci porta al 1954 dei primi “Combines”. Si trattava di accumuli caotici eppure rigorosi, un’esplosione di materia e colore in cui le colature alla Jackson Pollock ricoprivano frammenti di giornale, legni e metalli riciclati, riproduzioni fotografiche, specchi, tessuti… Opere tra la pittura e la scultura, sintesi di un tuffo nel trash urbano, nel melting pot dilagante, nel rumore assordante della città. Osservandole tuttora sembra di ascoltare i clacson, vedere le sirene lampeggianti e i fumi dai tombini. Capolavori sporchi e radicali, sintomo del doppiofondo davanti al benessere in espansione. Frammenti di coscienza etica dietro quel consumismo che plasmerà, anno dopo anno, le vite di tutti noi, (quasi) nessuno escluso. Dopo alcuni disegni eseguiti sul finire degli anni Cinquanta, la seconda svolta riguardò i dipinti serigrafici dei primi anni Sessanta. Qui l’artista anticipava Andy Warhol e le istanze della Pop Art: immagini prelevate dai tabloid, impatto dei mass-media dentro l’opera, ritocco pittorico degli scatti cronachistici. Sulle superfici Rauschenberg imprimeva le fotografie prescelte, quasi fossero sindoni laiche del caos globale. Poi usava una manualità selvaggia che copriva o sottolineava i suoi prelievi dal reale. Pensando ai segnali che racchiudono un’epoca, l’artista toccò qui uno dei momenti più alti e radicali del dopoguerra artistico.

Un esempio, quello di Robert Rauschenberg, che contiene una propulsione fondamentale del Novecento, mostrandoci le necessarie radici con cui valutare gli otto artisti del nostro viaggio. Di ognuno riconosciamo subito un preciso stile, capendone l’attualità figurativa ma anche la ricchezza di memorie crescenti. Otto percorsi in cui tornano gli archetipi che hanno rivoluzionato l’arte durante il Novecento. Otto elaborazioni del mondo in cui la superficie, protagonista poco timida, si assume il peso del passato e il passaggio dinamico del presente.

Otto artisti di età diverse, storie diverse, provenienze diverse, stili e visioni diverse. Otto atisti che vivono e lavorano in Italia. Otto artisti che in comune sentono le ragioni universali del quadro, l’importanza del metodo, il valore della materia viva e di una manualità altrettanto viva. Volutamente non troverete dati biografici di nessuno, proprio perché devono parlare le sole opere lungo il filo rosso dello spunto tematico. Se vorrete indagare meglio gli artisti, dovrete cercare elementi utili su Google, approfondire informazioni di varia provenienza. Solo così lo spettatore diventerà un fruitore, godendosi l’opera ma anche il mondo attorno al quadro, la sua storia, le sue vicissitudini.

 

STEFANO CANTO ricicla materiali dalla natura intensa per costruire sculture che dialogano con alcuni temi ad alto valore etico. Ecco catene di moto e biciclette, catarinfrangenti, camere d’aria, alghe, lastre di ferro… elementi dal forte vissuto (urbano e paesaggistico) che diventano tronchi, nidi, volti, animali, contenitori. Le forme sembrano librarsi oltre i limiti del proprio peso specifico. Occupano gli spazi reali come lampi poetici che dalla natura nascono e alla natura tornano per vocazione antropologica. Un viaggio dove l’asprezza rigorosa dei materiali incontra la poesia degli archetipi. Un’esperienza a stretto contatto con la bellezza crudele dello scarto resistente.

VERONICA MONTANINO mescola realtà opposte ma dialoganti: figurazione e astrazione, pittura e scultura, muro e ambiente, pieno e vuoto. Da una parte le opere entro i confini fisiologici del quadro, dall’altra l’invasione degli spazi murali per ricreare strutture dove la geometria cinetica si fonde con alcune sagome dalla vitalità narrativa. L’esplosione dei fondali mescola energie optical e cultura del pop lisergico. Le sagome monocrome si stagliano nette sopra quelle esplosioni, quasi fossimo in un teatro dinamico che racconta il quotidiano su palcoscenici particolari. Materie plastiche e rigore compositivo in un viaggio tra storie soggettive ed esplosione geometrica.

MATTEO PERETTI è un infaticabile inventore di storie che diventano quadro, scultura, installazione. Fin dall’inizio riusa casalinghi, giocattoli, accessori del vestiario, suppellettili, complementi domestici, ingredienti di svariato riciclo con cui nascono le sue opere ironiche dai messaggi centrati. Allo stesso modo, tra colori, linee, intrecci e plausibili geometrie, nascono i quadri di sole buste, campiture postinformali dove la memoria di Burri sembra disporsi alla vitalità ginnica del pop urbano. Pitture con febbre da shopping ma con la giusta coscienza del limite consumistico, di una cultura ecocompatibile in cui l’arte prende posizione morale attraverso la struttura della propria estetica.

FRANCESCA ROMANA PINZARI utilizza le carte ruvide dei quotidiani come superficie evocativa e cortocircuito per l’immagine in sovrimpressione. Vediamo campiture tipografiche su cui emergono individui, volti, dialoghi silenziosi tra corpi in scena. Giornali italiani e stranieri, prime pagine ma anche pagine interne, notizie ovvie o assurde: un campo narrativo su cui le figure o i loro dettagli assumono una nettezza oltre il tempo, oltre il confine quotidiano della notizia. La memoria collettiva dei giornali accoglie le sottili memorie private dei protagonisti dipinti. Un viaggio figurativo in cui la carta si trasforma in pura geografia emozionale. E dove le figure confermano l’atto astratto e senza tempo del dipingere.

LUCA PIOVACCARI lavora principalmente con la fotografia su acetato, ormai un timbro iconografico con cui ha definito la sua idea di paesaggio e ritratto. Da una parte ecco le panoramiche su luoghi aperti, campagne, strade desolate e scorci urbani, elemento chiave anche per le sue installazioni di materie naturali sui muri bianchi; dall’altra i visi a piano ravvicinato che stabiliscono un dialogo, estetico e concettuale, con quei vedutismi dal fitto mistero e dal forte potere evocativo. Fotografie ed installazioni appaiono come visioni essenziali, fantasmatiche, al confine tra flash ed evanescenza. Frammenti instabili di un mondo che cerca la sua essenza salvifica nel “primitivismo” di certe realtà.

MASSIMO PULINI mescola citazione e scienza, pittura e apparenza elettronica, classicità e contaminazioni del presente. Le sue figure si svincolano dalla pura citazione e raccontano la persistenza dinamica della figura. Volti e paesaggi su radiografie, lastre di rame o su ardesia, fino alle recenti resine da cui spuntano teste in bassorilievo. Un immaginario di confronti dialettici e scatti linguistici che esalta l’universalità della pittura. Il Seicento si mescola alla contemporaneità, la citazione colta si incastra nella percezione di un presente dove la memoria diviene linfa per il futuro. E’ la conferma di una forza rivelatrice dentro icone dal valore universale.

ESTEBAN VILLALTA MARZI, partendo dalle matrici del fumetto, isola dettagli che diventano elemento concettuale ad alto impatto figurativo. Negli anni abbiamo visto la semiotica di mani e oggetti domestici, le ballerine di flamenco, i toreri metropolitani, i volti giovani. Un gioco di spiazzamenti a cui contribuiscono le superfici: tovaglie da cucina ma anche simulazioni di carte da parati e pelli maculate in un percorso dai modi selvaggi e dai colori esplosivi. E’ la pittura che racconta il quotidiano lungo la sua normalità eccessiva. Una carriera coerente che ha anticipato alcune tendenze pop della recente pittura, confermando una continuità che si trasforma in valore aggiunto.

LISA WADE elabora bandiere ad alto contenuto politico per un procedere lento e stratificato. L’artista mescola stoffe, bitume, piume e colori per le sue letture trasversali del mondo contemporaneo. Capiamo subito di cosa si tratta eppure si stratificano le reinvenzioni metodiche, i dettagli spiazzanti, l’impatto duro dei materiali naturali. Ecco la bandiera trasformarsi in un archetipo morale che racconta il dialogo possibile, la dialettica costruttiva, lo spiraglio per un futuro migliore. Uno sguardo dentro la geometria rigida della bandiera, oltre la sua apparenza patriottica, oltre il simbolismo retorico dei singoli colori. Una reinvenzione pulsante in cui la forma elabora un’azione poetica.