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Cosa mi ha dettato la formazione dei nostri cinque, al di là delle ovvie qualità in cui ripongo non taciute speranze? Per prima cosa il voler dare un breve panorama di alcuni accadimenti centroitalici, seguendo l’ideale scansione geografica tra me e gli altri due curatori. E poi mi interessava illustrare alcuni “modelli di linguaggio” in crescita esponenziale. Cinque ipotesi che gli artisti fanno vibrare di luce propria e risultati aperti. Prototipi possibili che qui utilizzo per esemplificare formule in diffusione, da estendere a soluzioni differenti ma vive, sempre più godibili e amate. I cinque linguaggi appartengono ad un sistema ormai internazionale, fatto di localismi che diventano globalismi, di individualità che si tramutano in comunicazione, di figurazioni che diventano linguaggio. Arte facile poiché aperta, aperta poiché densa, densa poiché vera.
1) Fabrice de Nola (Tecnopittura)
Il suo caso parla di un dipingere complesso, ricco di significativi tessuti morali. De Nola parte da un lavoro sulle fotografie. Seleziona immagini da repertori storici, archivi privati o da altre fonti (anche di sua provenienza). Non esiste limite di scelta ma vincolo di selezione. Servono foto che diano il senso di un già chiaro progetto mentale. Le foto, poi, si compongono secondo meccanismi filmici: primo piano con figura, campo lungo con paesaggio o altri elementi. Le due parti in sovrimpressione determinano spaesamenti cerebrali. Tutto ciò diventa una pittura di precise stesure ma mai iperreale. La matrice fotografica si disseziona in un ibrido tra dipingere e riferimenti elettronici. C’è una strana sintesi formale che rende il concetto della Tecnopittura: usare la manualità con meccanismi di natura tecnologica. La novità sta nella presenza di valenze digitali e non più solo analogiche. De Nola, inoltre, fa slittare la manualità e la tecnologia. Il negativo fotografico può diventare positivo in pittura e viceversa. Da poco tempo, poi, l’artista presenta alcuni dittici con l’olio su tela e il suo gemello fotografico invertito (il positivo del quadro diventa negativo e viceversa). Un percorso che raggiunge risultati di allettante comunicazione, dove si analizzano ecosistema, problemi del progresso, scienza, ambiente, manipolazioni sull’Uomo e temi affini.
2) Alessandro Gianvenuti (Pittura Digitale)
Se vogliamo parlare di Pittura Digitale, Alessandro Gianvenuti ne rappresenta l’ipotesi più matura in circolazione. Rigoroso, quasi ascetico nel coniugare tecnologia e interiorità, Gianvenuti mette se stesso al centro di tutto. Ritrae parti del suo corpo, oggetti di particolare affezione, comunque non esce da dirette relazioni col proprio soggetto. Ridipinge con l’elettronica dopo aver registrato i dettagli sotto lo scanner. I software vengono sfruttati come pennelli, affinché il digitale sia un puro strumento dai risultati sorprendenti e necessari. Alla fine ne esce un ritratto che supera i referenti generazionali. Il legame va molto più in alto, verso Francis Bacon col suo dilaniante ritrattismo tra cervello e intestino. E poi va a Mario Schifano, padre ideale per un nuovo autore che capisce il colore, ne trova le valenze psichiche, i valori emozionali. Soprattutto, vedo un artista che cattura l’iconografia adatta, dandone i parametri di “classicità” dentro il nuovo. Ha lavorato su mani e piedi in particolare. Poi li ha contaminati con circuiti elettronici e cavi di connessione. Quindi ha esteso la ricerca verso gli oggetti di uso personale. Dando al volto sempre grande importanza, secondo stati d’animo e sentimenti estremi: dall’ansia all’apatia fino a momenti di agiatezza cerebrale.
3) Francesco Impellizzeri (Tecnobody)
Cosa significa Tecnobody? Prendete la performance in un contesto mediatico attuale. Poi guardate l’agonismo come passaggio verso un pannello, variabile nelle tecniche ma pittorico nei valori iconografici. Francesco Impellizzeri ne rappresenta il senso da diversi anni. Un personaggio unico nel panorama italiano, autore di svariati alter ego coi suoi soggetti di fresca invenzione. Impellizzeri idea il personaggio e gli dà un nome, pensa a vestiti adatti e scenografie, scrive e canta le musiche. Poi, parallelamente alle azioni, quegli attori scatenati diventano quadro. Vengono fotografati secondo una ritrattistica d’impatto, fatta di colore e trasgressione intelligente, di prospettive e pose adeguate. Anche le cornici definiscono il progetto globale. Ci sono materiali soffici, voluminosi, tattili come lo stile ultrapop dell’artista. Un lavoro che rilegge l’ironia e si reinventa il ritratto oltre la performance. Ogni personaggio ha la sua psicologia, i suoi tic, le manie che vengono esasperate con riti e gestualità teatrali. Impellizzeri si frantuma dentro nuvole umane che vagano nel blu della propria vita. Tutto se stesso si ricompone tra una panterona Lady Muk e il selvatico Rokkodrillo, tra il divertente Rinkoboy e il notturno Body Guard. Il mondo di un prismatico lui è in tutti loro.
4) Massimo Rossetti (Nuova Pittura Figurativa)
Come negli altri casi, non si tratta di invenzioni ma di (ri)uso intelligente del disponibile. Per la pittura in particolare contano le idee e non solo lo stile. Per questo la nuova figurazione si basa su fusioni concrete tra tecniche e media attuali, tra citazioni e riferimenti futuribili. Così accade per Massimo Rossetti, tra i pochi che metterei su una linea qualitativa di cui Daniele Galliano è il principale portavoce. Con Rossetti lo stile crea slittamenti delle sicurezze ottiche: la fotografia, il cinema, l’elettronica e la manualità stanno insieme in un’amalgama dai risultati fisici, materici per colori e consistenze. Il suo lavoro agisce sul concetto di memoria e sulle evanescenze che le immagini hanno nel cervello. La foto apre il percorso ma l’autore non la usa come referente diretto. Si ispira ad immagini e poi costruisce l’opera col ricordo da rielaborare. L’inquadratura taglia i soggetti con passo filmico senza però esagerare, cercando l’effetto necessario che la situazione impone. Attraverso impasti particolari ottiene risultati sintetici verso il digitale, anche se la soluzione tende ad un’astrazione progressiva del colore. Tutto si raffredda, i colori sfumano e i temi spaziano tra uomini, architetture, scene di gruppo, spaccati cittadini. Attimi in cui la vita scorre normale, senza sussulti ma con l’involontaria bellezza delle cose da non perdere.
5) Adrian Tranquilli (Nuova Scultura Figurativa)
Dopo decenni di scultura astratta in eccesso, ecco cambiare il panorama delle opere voluminose. Quanto accade in pittura sta trovando un parallelo nella scultura figurativa. Nascono opere che parlano di realtà ed iperrealismo, di vita e fantasia, di media e religione, di retorica e immaginario diffuso. Nulla di innovativo ma molto di nuovo, seguendo ironia e intelligenza visuale. Adrian Tranquilli fa sculture emozionanti, trasversali. Viene da un percorso coerente che ha trovato una sintesi in “Futuro Imperfetto”. Qui ha raccolto il suo viaggio tra fumetto e antropologia, tra religione rivista e miti popolari ormai corretti. Personaggi come Yoda, Batman o Spiderman si sono ibridati con la storia, la letteratura e la cronaca. Ogni figura crea un cortocircuito tra se stessa, il gioco e un rimando ad altro. Batman è un Cristo crocifisso verniciato in grigio metallico, messo dentro una bara bianca e con il simbolo del pipistrello sul petto. Wonder Woman è una primavera botticelliana che cita la Madonna di Civitavecchia col suo sangue colante. Hulk è un Buddha a testa in giù, colorato come il gigante muscoloso del fumetto. Altri elementi e i titoli delle opere contribuiscono all’anomalia di oggetti unici, inclassificabili dopo una contaminazione definitiva. Il mondo di Tranquilli ci dice che la scultura può evitare la retorica del realismo. Nulla è come appare: dall’arte alla vita, tutto ha un doppio volto da scoprire lentamente.
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