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Transformation
TRANSFORMATION… per viaggiare nelle molteplici trasformazioni che assume il corpo individuale in una dimensione intima. Quattro artisti per entrare nel quotidiano coi suoi riti, le sue manie, le piccole e grandi ossessioni che un individuo si porta dentro (e talvolta fa esplodere verso l’esterno). TRANSFORMATION è anche il modo giusto per fare sul serio senza incarnare il volto tirato di tragedie cupe o drammi morbosi. Una piccola sfida culturale a coloro che vedono la catarsi del trasformismo solo nel sangue, nella violenza, nella crudeltà atroce. L’arte ha spesso raccontato la trasformazione identitaria con approcci maleodoranti e cattivi, trovando esiti eccellenti solo in alcuni casi di particolare intuizione e solido talento creativo. Ma troppo spesso l’arte ha calcato la mano sul facile effetto, ricattando lo sguardo e il cuore con soluzioni avide e presuntuose. TRANSFORMATION raggiunge la stessa potenza con modalità che hanno le loro radici nella cultura pop internazionale. Un balsamo visuale dalla consistenza densa. Un viaggio dove l’ironia apparente maschera la maturità degli approcci, la forza dei valori etici, la chiarezza dei contenuti concettuali. Opere belle e catalizzanti, mature nel modo di porsi tra memoria e contemporaneità. TRANSFORMATION indaga la bellezza dell’eccesso, la teatralità intima, le energie che pulsano dentro una dimensione casalinga o comunque privata. TRANSFORMATION… per usare il gioco con profondità consapevole, coscienza morale dell’individuo e comunicazione efficace.
EPVS Scenari al femminile, immagini più o meno sfocate, corpi nudi o appena abbigliati, occhi vitrei che pongono distanze, pelli lisce da androginia sessualmente vivace. Si apre la scena e scopriamo donne dal fascino alcolico, posture studiate dagli erotismi atletici. Quei loro sguardi irradiano gli spazi scenici, chiedendo desiderio e giusta lontananza, accensione ed attesa, altro desiderio e silenzi di spasmodica voluttà. Ma sono bambole, stupendamente ed irrimediabilmente Barbie. Ora filiformi dai lisci capelli biondi. Ora castane. Ora black dalla chioma lunga e riccia. Ora più ambigue o lascive. Nude o vestite da sera chic. Ma sempre e solo loro, sexy e conturbanti, assurdamente reali nel dilemma umanoide tra plastica e realtà. Le vediamo nel campo lungo delle pose più sensuali, in piedi o sedute, distese tra i petali di un mondo patinato, su piani ravvicinati che sottolineano volti ammiccanti, profili cattivi, movenze magnetiche. Le Barbie detengono occhi ambigui e desiderabili come non mai, confermandosi l’oggetto definitivo del richiamo sessuale, punto di non ritorno tra desiderio e passione. Epvs compone le sue scene nel silenzio ambientale dello studio. Cura ogni elemento con la stessa precisione di un videoregista sul set reale. Forza le posture, reinventa lo scenario, aggiunge particolari. Ricostruzioni minuziose affinchè ogni inquadratura raggiunga il perfetto livello di ambiguità visiva, talmente credibile da confonderci tra epidermide e plastica, forme e volumi, micro e macro. Immediato il rimando ad una realtà femminile dove la plastificazione assume protagonismi radicali. Più complessa la riflessione su come ciò stia cambiando il nostro sguardo e la percezione del vero. Epvs, mantenendo coerenza col suo progetto generale, ci catapulta dentro immaginari intimi, nei modelli feticistici del desiderio, nelle derive dell’ossessione privata. E lo fa con la densa leggerezza di un viaggio sospeso, ipnotico nel suo spirito acrilico. Uno specchio sublimato di quel magma epidermico che cola da magazine, televisori, cartelloni, schermi, packaging, buste, biglietti, libri… A noi goderci le opere di questo trasformismo in scala. Dedicandoci ai contenuti ma anche alle costruzioni rigorose. All’intelligenza delle posture. Al gioco di sguardi rapaci. Al colore saturo degli azzardi luministici. Alla reinvenzione della stessa fisicità, verso un archetipo del desiderio che si modifica di continuo. Vero? Falso? Tutto ormai si conferma credibile. Possibile. Più “reale” di qualsiasi “falso reality”.
LUCIA LEUCI Sensualità di sfocature morbide e scattose, inquadrature a schiaffo su corpi ammalianti, dinamismi dell’immaginario fotografico davanti ai molteplici volti della bellezza in trasformazione. Lucia Leuci mette in gioco la femminilità inquieta e turbativa, camminando tra i molti gender che sfidano le retoriche sociali del “limite superato”. L’artista agisce sulla dimensione video/fotografica del ritratto, captando se stessa, la propria storia e i risvolti di una vita coraggiosa, sanamente “dentro” le cose, nel cuore del provare per conoscere e capirsi. Gli scatti diventano quadri dove vincono la sfocatura intelligente, l’angolazione determinante, le saturazioni più concettuali. In diretta connessione con gli scatti nascono i video, semplici e impattanti come icone sequenziali che animano una storia intensa ma concentrata. Sono frangenti di pura intimità sessuale: un resoconto dai contorni pop e dalla complessità sottesa, dentro un dolore necessario che reagisce con le leggi pittoriche dell’immagine digitale. La casa come parco della confessione totale, del ricordo silente, del grido che non fa più rumore ma depone l’impronta individuale. Così, ad esempio, accadeva col suo lavoro intitolato “Good Vibrations”: una donna dentro interni annullati, una femmina adrenalinica che eccitava il nostro sguardo con la sua biancheria intima, i suoi tacchi alti, le sue posture. E che rompeva le regole quando la si vedeva “interagire” con un robot, un camioncino, mollette colorate, pupazzetti… L’artista, inoltre, inserisce un ulteriore cortocircuito col colore caramelloso dentro i modelli di un erotismo forte eppure domestico, trasgressivo eppure normalissimo. E poi ci sono gli esterni come seconda casa dove disvelarsi per un istante, sotto un cielo azzurro che avvolge un corpo maschile in trasformazione feticistica. Ecco un ragazzo con la fede al dito, parrucca e biancheria intima al femminile, scarpa dal tacco alto e una voglia segreta: partorire un figlio. L’impossibile diventa qui racconto di anime solitarie ma non sole, tristi ma anche eccitate, eccessive e trasgressive, controverse e paradossalmente libere. A conferma che il dolore nasconde gioia e liberazione, deriva ma anche consapevolezza ed evoluzione interiore. Lo sguardo della Leuci possiede l’ambivalenza adeguata per entrare nel sesso e tirarne fuori una dimensione matura, a misura del nostro tempo e delle nostre condizioni instabili. Un viaggio dove la sessualità torna cultura della coscienza, ristabilendo i livelli morali che solo l’arte può ricreare attraverso la visione.
GIUSEPPE MARTINO Qui si modella la cartapesta per narrare una transessualità esibita e spettacolare, felliniana e ironicamente glamour. Un rito scultoreo dove ogni figura racchiude una vicenda personale eppure riconoscibile, vissuta e stravolta con fisicità possente, poesia vorace ma anche con morbido rispetto per il contenuto sociale dietro ogni storia intima. Una festa del corpo promiscuo, della sessualità che sfida le leggi gravitazionali, richiamando una “terza via” al confine tra memoria e nuova civiltà possibile. Un fascinoso viaggio scultoreo che non ti aspetteresti, un tuffo dove la materia evoca la potenza semantica del cinema ma anche la bellezza del teatro quotidiano. Cronaca e storia dell’arte, spettacolo e citazione raffinata, vita reale ed eccessi che diventano travestimento, maschera ironica, quasi una sfida alla stupida retorica popolare che divide i gender ma poco si preoccupa di analizzare ciò che veramente conta, ovvero, il carattere, i sentimenti, l’animo di chi pulsa sotto abiti, parrucche e tacchi vertiginosi. Martino dialoga con le proprie molteplicità interiori e le trasferisce sul piano plastico. Crea sculture policrome che non si erano mai viste, una sfida intuitiva alla solidità ottusa della forma e dei suoi contenuti. Le opere giocano con la cultura del souvenir, con l’oggettistica da turismo di massa, con tutto un immaginario tra religione e realismo popolare. E poi l’artista racconta la transessualità senza moralismo, esaltando la dignità di una condizione che riguarda la dignità umana, la libertà individuale, la consapevolezza interiore. La nostra fragilità pulsa dietro le sculture, così immobili eppure tanto delicate, possenti e leggerissime con quella cellulosa compressa che ricrea la forma animata dell’eccesso. Opere che sono puro dinamismo plastico, racconti dove l’animazione si trasforma in icona universale. Qui non serve la nuvoletta col testo, ogni personaggio dice già tutto nel gesto atletico, nella postura sfrenata, nella lotta che si scatena dentro l’istante scultoreo. La visione di Martino ha radici nella statuaria greca e romana, movimenti e sinergie possiedono qualcosa di antico e universale. Poi, però, ci ritrovi la ferocia del presente, il candore grottesco tra gioco e cultura collettiva. Ma soprattutto ci sono tanti messaggi in cui il corpo trasformista diventa parte e controparte: guerre di religione, vita relazionale, patologie cliniche, divertimento notturno, prostituzione… tutto assieme nel viaggio cartaceo di un immaginario frenetico ed indimenticabile.
ROXY IN THE BOX Corpi a denominazione incontrollata, marchi registrati che registrano il caos feticistico, scene superpop tra ruoli sociali e moltiplicazioni d’identità… Roxy in the box scivola lungo gli scaffali del supermercato, negli armadietti del bagno, davanti alle mensole in cucina, tra cassetti stracolmi di cose, dentro scatole e scatolette che aprono scenari dalle quinte evocative. Ma, soprattutto, scivola lungo le librerie della nevrosi, negli spazi sghembi della solitudine, nei posti oscuri dell’ansia privatissima, spesso disvelata da uno specchio invisibile che filtra e stravolge le storie creative. L’ universo di Roxy è colorato, feticistico, impossibile da circoscrivere in un singolo linguaggio. Un posto eclettico e saettante come un arcobaleno che trafigge tempeste appena placate. L’artista prende, per poi ribaltarli a modo suo, Nutella, Soflan, Active Tabs, KitKat ed altri prodotti che raccontano le idiosincrasie, le debolezze, i tic e le passioni di una persona a passo morbido nella folla urbana. La immaginiamo davanti ai molti marchi che diventano la storia di un personaggio, il suo timbro identitario, il confessionale anomalo di eventi privati che scopriamo pezzo per pezzo, momento dopo momento. Ogni progetto si trasforma così in un racconto visivo dove la pittura si collega ad altri elementi, diversi a seconda delle esigenze specifiche. Quadri pittorici, light-box, oggetti installativi, frammenti reali, costumi, musiche: molteplici visioni per racchiudere la personalità del singolo carattere, dando l’abito e il contesto adeguato ad ogni protagonista in scena. Roxy è così: misteriosa e radicale, complessa oltre la pura apparenza di marchi e corpi. In un attimo si identifica mimeticamente coi prodotti che sceglie e rielabora. Entra nella loro notorietà sociale per ribaltarla con un protagonismo cinicamente spettacolare, frutto di intelligenza e intuizioni visive, sensuale ironia ma anche cultura profonda del nostro immaginario sempre più pop. Le sue visioni ululano melanconie intonate e sprigionano colori dalle voci languide. Il suo corpo si dissemina tra un sè eccessivo e gli alter-ego di un infinito moltiplicarsi nel mondo possibile. Le azioni e i fermoimmagine incombono sul fruitore con la naturale e splendida ambiguità di una storia che ci emoziona coi suoi sentimenti grintosi. Nessun compromesso rispetto alla propria verità e alle necessità di chi crea per sopravvivere. Il marchio si tramuta in persona… La persona diventa contenuto e contenitore… Le emozioni della personalità alimentano il marchio… Il marchio parla come un’identità soggettiva…
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