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In questo numero Page Proprieties Project di Juliet dedica il suo spazio/pagina a Gianluca Marziani. Giornalista, curatore e critico d’arte contemporanea, è impegnato da anni nella ricerca di canali espressivi che realizzino un rapporto maturo tra l'opera visiva e le nuove tecnologie. Come curatore ha inoltre concentrato il suo interesse su pittura e scultura figurativa, indagando tematiche e concetti riguardanti il corpo e il paesaggio nelle strutture contemporanee. Autore di numerose pubblicazioni, saggi e monografie, nel suo libro “Melting Pop” (2001) ha approfondito la relazione combinatoria tra le arti visive e gli altri linguaggi creativi. In precedenza ha pubblicato “N.Q.C. Arte italiana e nuove tecnologie: il Nuovo Quadro Contemporaneo” (1998). Ha collaborato con giornali e riviste (LaStampa, Specchio, Time Out, Flash Art…), curato centinaia di mostre, rubriche radiofoniche e televisive (l’ultima come ospite fisso nel programma di Raidue “Galatea”), nonché ricoperto ruoli di consulenza per aziende e multinazionali (American Express, Bmw, Virgin, Credem…). Curatore del Premio Celeste e del Premio Monza. Consulente per le politiche giovanili del Comune di Roma. Attualmente è il critico d’arte del settimanale Panorama.
Come curatore di mostre, talent scout e critico, ha intuito precocemente il valore e l'importanza dell’arte digitale. Ci può parlare dell'evoluzione di questa sua ricerca?
Quando iniziai ad occuparmene era il 1993. Ho seguito un normale iter di mostre e articoli, finché scrissi un libro nel 1998, sintetizzando la mia visione in un resoconto su tecniche, strumenti e potenzialità linguistiche. Oggi non mi interessa l’analisi del mezzo, mi sembra talmente acquisito come linguaggio che sarebbe pleonastico ribadirne gli elementi tecnici. Era però importante farlo quando il mezzo appariva primordiale. Adesso, benché non sia d’accordo con alcune idee del libro, penso di aver centrato il cuore della questione: lo strumento elettronico è una realtà universale, un approccio costruttivo che riguarda artisti di ogni livello e formazione. A molti sembrava poco sensato scrivere un saggio che parlasse dei legami tra il quadro e le nuove tecnologie, lasciando da parte gli aspetti autoreferenziali della tecnologia, quelli, per capirci, vicini alle dinamiche della Web Art. E invece ho avuto ragione: ha vinto la tecnologia applicata alle diverse ipotesi del quadro, mentre le tendenze più virtuali si confinano ad interessanti aspetti sperimentali che non hanno sbocchi sul mercato reale dell’arte.
Nell'arte contemporanea esiste una situazione paradossale: mentre l'immagine, grazie al digitale ha raggiunto una fascinazione indiscutibile, l'arte figurativa, luogo storicamente privilegiato della ricerca sull'immagine, retrocede in un iconismo artigiano. Come vede la nuova pittura?
La vedo in una condizione di strano paradosso: da una parte si tratta del mezzo più libero e potenzialmente aperto, dall’altro mi dispiace constatare il conformismo di certe tendenze che creano cloni a catena. Credo nella pittura e la inquadro nel suo continuo rinnovamento endogeno. Direi che incarna tuttora il principale mezzo della visionarietà, del confine ulteriore, degli orizzonti senza limiti.
Pochi anni fa Carmelo Bene scriveva "nella generale mediocrità che avanza l’arte si è messa da parte da sé”. Qual’è la sua opinione generale sull'attuale situazione artistica italiana?
Condivido in pieno la frase di Carmelo Bene, nostro signore di cose turche per palati sopraffini. Però non credo sia un problema solo italiano, tutta l’arte vive una condizione doppia e instabile: da un lato il protezionismo di casta, la salvaguardia snobistica del proprio mondo che vive di pura partenogenesi; da un altro la voglia di comunicazione e consenso, la determinazione ad “essere nel sistema” capitalistico e nelle dinamiche mondane del contemporaneo. Il motore artistico vuole uno star system ma su misura, creando una sorta di “mainstream sartoriale”.
Qual è il suo parere rispetto alla condizione di totale ibridazione che caratterizza sempre più il sistema dell'arte contemporanea con una continua sovrapposizione e scambio di ruoli tra le diverse figure che lo compongono.
E’ un settore dove alcune impeccabili professionalità si mescolano a figure inesperte e improvvisate. Il vantaggio del meccanismo artistico sta nella sua apertura eclettica nei confronti dei ruoli. Lo svantaggio è che facilmente si creano sindromi pericolose: quella della “signora ricca e annoiata”, ad esempio, è un caso lampante di come la mancanza di leggi scritte crei ottime libertà con qualche mistificazione di troppo.
Lei come critico-teorico, con precise idee sull'arte ma non necessariamente dotato di strumenti tecnici per realizzarle, si sente produttore come dire 'allografico' di opere pensate in prima persona ma realizzate da mani altrui? È possibile paragonare l’attività del critico che crea la "sua" mostra e l’artista che crea l’opera?
Ci sono varie tipologie curatoriali: alcune rispondono alla fisionomia di una cura soggettiva ad alto tasso ideativo, altre assumono forme più analitiche e oggettive. Nel mio caso credo di lavorare con una modalità fortemente creativa. Che significa rispettare in pieno il lavoro artistico ma anche la personalità del proprio sguardo. Le opere assumono così una doppia valenza: da una parte mantengono la loro autonomia iconografica e concettuale, dall’altra diventano ingredienti wittgensteiniani del tuo linguaggio curatoriale.
Le istituzioni museali stanno modificando le modalità di offerta artistica. Qual è la sua opinione sulla situazione dei Centri d’Arte Contemporanea in Italia e cosa ancora potrebbe essere fatto in questo campo?
Potrebbe e dovrebbe esser fatto ancora moltissimo. Il problema non riguarda la buona qualità dei Centri esistenti ma il numero troppo esiguo di spazi con tali caratteristiche. Abbiamo bisogno di controproposte e diversificazione, di tanti luoghi che si distribuiscano sul territorio delle città e della provincia.
Se lei dovesse fornire ad un visitatore che non conosce gli orizzonti del contemporaneo alcune chiavi per giungere alla comprensione, cosa suggerirebbe?
La curiosità onnivora è il primo step per chiunque voglia accostarsi all’arte contemporanea. Subito dopo, cercando di farsi alcune basi con buoni libri e mostre storiche, si dovrebbe iniziare una spietata selezione sul principio delle personali preferenze. Seguire ciò che piace, ciò che si sente, ciò che tocca cervello e cuore. Su questa prima cernita deve iniziare un lavoro selettivo sui canali da seguire, optando per approfondimenti mirati e per le cose che ti fanno sentire meglio.
A suo avviso la critica viene prima dell'opera (costruendo un quadro teorico a cui gli artisti afferiscono), oppure è un polo dialettico che si delinea durante lo sviluppo dell'opera, oppure viene solo dopo fungendo da strumento di rilettura dell’opera?
Critica e opera esistono come realtà parallele e sinergiche. L’una non esiste senza l’altra, si tratta di un profilo dialettico in cui le piattaforme si scambiano dati di continuo. La critica ha un ruolo sempre più importante nel sistema artistico, soprattutto per l’eccesso odierno di proposta in cui solo un teorico può dare coordinate di selezione qualitativa. Al contempo, non credo nella critica che condiziona troppo lo sviluppo dell’opera. Il critico deve equilibrare gli sbandamenti ma non può condurre il gioco in prima persona nei confronti dell’opera.
La personale formazione architettonica mi porta a pensare a Le Corbusier che ha costruito sulla ripetizione delle proprie conferenze una forma di comunicazione teorica; oggi vi sono anche altri organi di comunicazione della critica: dai testi per cataloghi alle colonne di giornale, dal video ad internet, lei quale canale predilige e quale vede più efficace?
Credo nella distribuzione comunicativa aperta. La televisione, ad esempio, è un mezzo di grandissima potenzialità ma per portarci l’arte serve un modello linguistico adeguato. Si deve parlare con modi e toni che non appartengono ai vecchi meccanismi della critica, allo stile più analitico di riviste e libri specializzati. La televisione, così come la radio, necessita di atteggiamenti mimetici in cui l’arte privilegia immagini accattivanti, velocità, sintesi estrema. Una superficie che diviene profonda se fatta nei modi adeguati. La ripetizione alla Le Corbusier è un principio vincente in cui si ribadisce per dire e sottolineare. Mi capita diverse volte di recuperare pezzi dei miei vecchi testi (solo quando la cosa ha un senso morale) che inserisco dentro nuovi scritti (citando il prelievo in rewind), proprio perché ribadire (soprattutto nel linguaggio culturale) significa dire nel modo adeguato.
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