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Provocatore quanto basta, spietatamente accentratore, “antipatico” per vocazione, Gianluca Marziani ha accumulato negli anni un ricco medagliere di gente che lo “adora”. E, naturalmente, ne va fiero. Nel suo lavoro ama rappresentarsi come una piccola motrice dell’industria culturale, che ha scelto di spendersi in un’attività da privilegiati - anche un po’ snob: l’edificazione del curatore.

In effetti bisogna dire che, in vent’anni di onorata carriera, il modus di Marziani ha assunto un peso specifico d’imbarazzante concretezza, che gli ha permesso di sopravvivere ai periodi della curatela fai-da-te, successivamente alle ere del critico vs. curatore, dopo ancora ai tempi del curatore sì, ma indipendente, per arrivare fino ad oggi: oddio, panico! Chi curerà la prossima Biennale?, pur preservando intatto il suo carico di passionalità feticista, di amore irascibile per la bellezza, e soprattutto di bisogno spasmodico di scovare attitudini.

Per quest’intervista all’interno di Curami abbiamo voluto fortemente incontrare Marziani perché c’è parso il più pertinente e il più interessante per affrontare il tema di questo numero, Odio vs. Amore… chi meglio di lui ci può chiarire certi meccanismi, dalla natura spesso squisitamente sentimentale, che si nascondono dietro il sistema Arte? Passiamo subito alla questione.

Secondo te, la Critica, quella vera, quella odiosa, da temere e non dormirci la notte, da esecrare e smembrare addirittura nelle sue parti umane, esiste ancora, o è solo appannaggio dell’auditel? Fortunatamente ancora esiste ma con bassi margini di incidenza quantitativa. Alcuni settori hanno ormai perso una critica elaborativa, il contesto artistico è forse uno dei pochissimi settori dove la critica riveste un ruolo tra la teoria assertiva e l’esercizio pratico del fare arte. Di certo la critica è cambiata in maniera macroscopica, mescolandosi con le dimensioni curatoriali e con la realtà combinatoria dei nostri giorni. La verità è che non esiste ormai una critica ma sempre di più emergono singoli critici: basti pensare alla televisione, luogo su cui Aldo Grasso ha un peso critico determinante ma dove pochissimi altri esercitano un’influenza su programmi e idee. Siamo nell’era dell’individualismo fondativo, un’epoca di criticatori (critici/curatori) che teorizzano senza dimenticare il senso della scena mediatica, l’attorialità performante, il carico relazionale e la gestione di tutte le piattaforme professionali.

La tua fase teorico-guerrigliero-combattentistica rimane qualcosa di anacronistico, o credi che la Critica come istituzione, unica creatrice di cultura, possa essere ancora reinventata? Traslando le parole di qualcuno, bisogna essere socialisti e rivoluzionari da giovani, conservatori e borghesi da adulti. Diciamo che argino la spinta conservatrice, mantenendo un saldo contatto con la carne della vita reale e con il muscolo pompato dell’arte altrettanto reale. Non rinnego nulla delle mie fasi giovanili, anche perché ho sempre supportato ciò che amavo e consideravo la giusta impronta del contemporaneo. Senza la critica non esiste la carriera degli artisti ma ci sarebbe soltanto una massa randomica di visioni in forma d’opera.

Dalla tua esperienza d’instancabile talent-scout, reputi che i Premi possano effettivamente rappresentare uno strumento utile per far emergere nuovi talenti artistici, o che rimangano nella maggior parte dei casi appannaggio esclusivo degli organizzatori? Penso che un buon premio debba porsi l’obiettivo della personalità chiara e riconoscibile. Servono entità che finalizzino il concorso ad obiettivi concreti dentro un network dalle meccaniche attive. Servono premi con le idee chiare su cosa vogliono fare da grandi. Non più premi ma sistemi progettuali.

Parlando di Premio Terna, lo hai definito spesso come una piattaforma culturale, e non come un semplice premio. Credi che la capacità di creare networks, delineando un modello di collaborazione fra aziende, curatori, artisti e pubblico, possa essere l’unico modo per sopravvivere alla crisi che sta investendo rovinosamente anche il mondo culturale? Penso sia uno dei modi possibili e immaginabili. In realtà sono molte le strade che l’arte contemporanea potrà prendere, rivedendo consuetudini ormai logore. Moltissime cose cambieranno, dal ruolo dei luoghi ai luoghi del ruolo, dalle geografie emotive alle emozioni geografiche, dai modelli gestionali alla gestione di ulteriori modelli. Siamo solo agli inizi, il bello deve ancora arrivare.

Come definiresti l’arte al tempo dei social networks? Il social network racchiude le anime del riposizionamento collettivo: una di queste anime è, appunto, l’arte contemporanea, linguaggio spettacolare che oggi sta affrontando il cuore della sua crisi ideativa. Dentro il social network l’arte dimostra i suoi limiti relazionali poiché ancora ragiona con le logiche dei vecchi sistemi di comunicazione. Nel momento in cui capirà l’anima fondativa e linguistica del social network, allora lo strumento del web diventerà un vero elaboratore di contenuti artistici.

E la creatività al tempo della crisi? La creatività durante la crisi esprime lo stadio più evoluto della sua coscienza morale. Le grandi opere si alimentano di crisi sociale e decadenza civile, e la ragione potremmo descriverla così: il sisma di valori e riferimenti costringe a confrontarsi con la vera alternativa, con il paradosso del rinnovamento, con la rottura dai codici inceppati.

Biennale 2011: un parere s-passionato. Speriamo che sia femmina.

dulcis in fundo: meglio essere amati per quello che si è, o odiati per quello che si fa? Amati per quello che si è, amati per quello che si fa. L’odio significa che un grande amore si nasconde tra le pieghe di quel feroce antagonismo, quindi preferisco lasciarlo nominare a chi ama le rovine. Io voglio amare tutto ciò che scelgo, rischiare sulla mia pelle il peso folle dell’innamoramento. Odio odiare e odio chi odia senza una ragione definitiva.