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  a cura di Lavinia Filippi  
     
 

Come critico e come curatore hai intuito precocemente il valore e l’importanza della nascente arte digitale romana seguendo sin dagli esordi artisti come Matteo Basilè, Alessandro Gianvenuti, Adrian Tranquilli, Giuseppe Tubi, Rafaeal Pareja, Chiara… Parlaci dell’evoluzione di questa tua precoce intuizione?
Tutto nasce dalla passione e dalle emozioni che un’opera suscita nel mio sguardo. L’occhio deve registrare una tensione che trasformi in energia il mio pragmatismo intellettuale. Una forza in cui l’architettura estetica si trascina un messaggio rispetto al mondo, creando domande che solo un’opera visiva riesce a stimolare. E’ accaduto così finora e spero continui ad accadere in futuro. Per tale ragione sono riuscito a crearmi un’identità precisa e ben collocabile, non guardando mai a cosa “funziona“ nel sistema artistico ma a cosa sento come “spirito comunicativo del tempo”. Adoro chiunque abbia un’identità ben supportata da idee solide. Detesto, invece, coloro che seguono onde e odori vincenti del momento, credendo che fare il vagone sia meglio che vivere da locomotiva. Nell’arte vincono i curatori che sono locomotive, possibilmente col motore di un Eurostar a pieno regime.

E’ interessante, e paradossale, notare che proprio Roma, una città che negli anni ‘80 ha vissuto un forte ritorno alla pittura (con la Transavanguardia, l’Anacronismo etc…), è in questi anni sede privilegiata della nascita e dello sviluppo di una “scuola”, o comunque un movimento integralmente legato al digitale. Come lo spieghi?
Non parlerei di scuola o movimento ma più precisamente di tendenza che nasce su tensioni comuni, su energie iconografiche in cui tornano esperienze legate alla città, alla propria storia, ad un mondo di riferimenti simili. Contesti spesso vicini portano ad una vivacità che si espande tra diverse figure autoriali. La fortuna di Roma, nel caso specifico, ha riguardato il bel numero di talenti in uno stesso luogo e periodo, tutti impegnati in una sorta di filtro tra contesto esterno, visione interiore, mezzo tecnologico e supporto tradizionale.

Questi artisti lavorano tutti utilizzando il computer, sono coetanei e legati da rapporti di amicizia e quindi conoscono i loro rispettivi percorsi, le ricerche, le evoluzioni, inoltre alcuni hanno anche lavorato insieme Gianvenuti/Tubi, Basilè/Pareja. Mi piacerebbe sapere da te gli aspetti comuni e le particolarità delle loro ricerche?
Come ti dicevo non parlerei di scuola in modo didascalico e anacronistico. Non funziona più il concetto di scuola o movimento. Dicendo, però, che una delle miscele più organiche della città è oggi questa, ovvero, la tensione di un immaginario digitale che rielabora la fisionomia stessa del quadro.

Parliamo dell’importanza storica, quasi simbolica, che il “quadro” ha avuto per la tradizione italiana e romana, non solo come “oggetto da appendere al muro”, ma come spazio circoscritto.
Riguardo al quadro direi che è un altro dei caratteri comuni, particolarmente connesso col tessuto culturale della città. Nessun luogo è legato alle energie del quadro come Roma, oggi quanto centinaia di anni fa. E proprio qui le innovazioni o i cambiamenti si filtrano dentro l’immaginario figurativo di ciò che chiamiamo, appunto, quadro. Importante è sottolineare come il quadro sia oggi un concetto elastico, estendibile ad un intero “modo dello sguardo”. Non riguarda solo la tela ma un modo di inquadrare il mondo, chiuderlo in una finestra dove le regole sono le stesse che utilizzavano tutti, dal Pontormo a Giorgio De Chirico, da Giotto a Mario Schifano. Si possono creare ottimi quadri su un Pvc, su uno schermo dove si proietta un video, su un cibachrome attraverso una fotografia classica: tutto contribuisce ad una figura più complessa di ciò che chiamo Nuovo Quadro Contemporaneo.

Che rapporto hanno a tuo avviso questi artisti con la tradizione, con il bagaglio culturale che si portano dietro. Come vivono insomma questa loro “italianità”?
Insisto da anni sulla necessità della memoria, culturale ed iconografica, nelle nuove espressioni visive. Reputo centrale il dialogo col passato, soprattutto col Dna del bagaglio italiano di secoli eccellenti. Non esiste grande arte se non spicca il genius loci, la forza della propria storia in un mondo che vive di flussi capillari. In tal senso, il lavoro degli artisti romani è significativo del tempo in cui viviamo: grande innovazione dentro immagini catartiche che sintetizzano un lungo percorso figurativo. Le loro opere colpiscono nell’immediato ma agiscono in modo progressivo, diventando icone universali che mescolano la grammatica contemporanea, la memoria forte, l’intuito iconografico e la forza ossessiva del proprio mondo interiore.

Come dimostra la recente mostra che hai organizzato a New York, l’arte digitale romana sta prendendo piede anche a livello internazionale. Sei soddisfatto dei risultati ottenuti?
La situazione sta crescendo con una strana discrepanza tra pubblico e addetti: da una parte le loro opere piacciono moltissimo al pubblico, si vendono in numero crescente, escono spesso sui giornali, le cose quindi funzionano molto bene e lo dicono i fatti; dall’altra si fatica ad imporre il fenomeno nella sua alta vitalità del contemporaneo. La tendenza è unica, originale, senza situazioni analoghe a livello internazionale. Dovrebbe trionfare ma purtroppo, in un mondo dove la differenza radicale e l’anticipo temporale fanno ancora paura a tanti, si fatica in modo quadruplicato. Detto ciò, i consensi sono ormai reali e diversi operatori stanno capendo la loro qualità. New York, dove non esistono preconcetti e parla prima di tutto la qualità del lavoro, è stata la conferma di quanto si stia lavorando sui giusti binari. La mostra “Young Italian Genome”, da me curata alla Buia Gallery, rimane un bel successo con consensi di reale qualità.

La tua opinione più generale (quindi non solo digitale) sull’attuale situazione artistica italiana?
L’arte italiana vive un momento felice riguardo al clima creativo in corso. Di contro, non godiamo di una situazione di giusta visibilità internazionale, andando a punire autori che potrebbero imporsi nelle migliori postazioni del contemporaneo. Purtroppo, per logiche imprenditoriali e non propriamente culturali, si privilegia un certo modello linguistico che rafforza alcune posizioni dominanti. E’ un grave errore in un’Italia che ha il suo maggior pregio artistico nella cultura figurativa, nella personalità di un’immagine forte, imponente nella sua carica iconografica. Troppe volte, guardando biennali e altre grandi mostre, non capisci più da dove arrivino artisti ed opere. Confondi tutto, si usano formule furbe che timbrano una riconoscibilità globale e non danno nulla del genius loci. Ma l’artista deve esprimere una necessità e non certo alimentare un gusto diffuso. Non deve adattarsi alle regole ma privilegiare il proprio sguardo interiore.