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La cultura si sta decisamente spostandosi versa la comunicazione. Il risultato è il superamento della sponsorizzazione tradizionale, verso un pieno coinvolgimento del contenuto nelle strategie di profilazione del messaggio di un'azienda. Mi vengono in mente le mostre sulla Pop Art per Chrysler/Mercedes curate da Gianni Mercurio, la tua mostra “Dalla Mini al mini” al Palazzo delle Esposizioni di Roma, ma i riferimenti sono infiniti. A cosa dobbiamo questa trasformazione del ruolo della cultura?
Mentre la cultura influenza il marketing in modo virale, il marketing cerca un dialogo strategico con la cultura (cosciente che senza cultura la comunicazione muore). Il rapporto funzionale tra arte e azienda rappresenta così una necessaria conseguenza di un presente ad alto contenuto tecnologico. La velocità e la semplificazione si portano appresso nuovi approcci nella fruizione e nei modelli di sviluppo dell’opera. In parallelo, l’arte capisce il potenziale produttivo che il marketing mette sul piatto. Cultura e azienda si appartengono sempre di più, hanno bisogno dell’altro per completarsi. Sono cambiati i modelli creativi (ideazione, produzione, sviluppo, diffusione), oggi l’opera ha bisogno di rafforzare la propria comunicazione (altrimenti rischia di non esistere) e proprio il marketing offre agli artisti un supporto determinante. Ciò che chiamavamo “mecenatismo” si è oggi trasformato in una collaborazione organica tra la creatività e i referenti “altri”. Colui che produce un progetto chiede all’artista uno scambio in entrata e in uscita, un flusso costante tra le idee e le molte piattaforme in cui la creatività diviene funzionale.
N.Q.C ha avuto in sé il merito delle opere pre-veggenti. In un certo senso, oltre a intercettare un sintomo, ha anticipato il fenomeno della contaminazione tra messaggi popolari e stimoli culturali. Un Neo Pop ormai diffuso, intimamente connesso al comportamento del pubblico, soprattutto per via di nuove piattaforme tecnologiche come i social network e l'user generated content. In un certo senso è come se venisse messa definitivamente in discussione la posizione elitaria degli artisti. Oggi può diventare prodotto di culto anche un video artigianale postato su You Tube e che, magari, porta a svariati milioni di viewer. Come reagiscono gli artisti a questi cambiamenti?
Difendo la posizione privilegiata della creazione ma non accetto l’elitarismo di casta che l’arte ancora si porta appresso. Per capirci meglio, bisogna tutelare l’integrità creativa in modo eticamente responsabile, dando all’artista tempi e spazi che il suo agire richiede. Al contempo, la mia generazione (sono nato nel 1970) e quelle successive, legate ad un approccio non ideologico, stanno cercando di spostare i metodi e i processi di fruizione dell’opera. Gli artisti che alimentano il cambiamento arrivano dai contesti più liberati e sperimentali, da quei territori in cui la purezza d’azione non si interessa agli usi consolidati del “sistema arte”. Il trionfo nel mercato, invece, rende l’artista un soggetto conservatore, lo chiude nel valore consolidato che alimenta il mercato ma scava bug conformistici dentro il sistema. La partita si gioca su questo terreno: da una parte la ricerca che introduce nuovi varchi, dall’altra il gotha ufficiale che limita l’apertura al nuovo. Quando un’idea dirompente sfonda il muro dell’ufficialità è come uno spermatozoo funzionante che rende possibile nuove “ovulazioni” finora inesistenti.
Sei uno dei critici di punta della scena culturale attuale. Pensando al multitasking, mi viene da dire che raramente si trova una personalità così eclettica: dalla pubblicazione di libri alla consulenza per trasmissioni televisive, dall'intensa attività di curatore di mostre all'ideazione di premi e progetti tecnologici (multimedia e web). Ogni tuo progetto si caratterizza per capacità di rappresentare il cortocircuito tra cultura di massa e innovazione espressiva. Ho visto “Scala Mercalli” e mi è piaciuta moltissimo. Ci racconti questo tuo nuovo progetto? Da cosa nasce e che obiettivi ha?
Per quanto riguarda il mio approccio, credo sia la sintesi del tempo in cui viviamo. Mi muovo con le stesse modalità con cui cresce la comunicazione tecnologica, cercando di fissare le punte qualitative attraverso un’attitudine multitasking che determina una molteplicità d’interessi e impegni. “Scala Mercalli” è uno dei tanti progetti in cui uso metodi virali per far crescere un titolo che è un marchio di immediata riconoscibilità. Melting Pop, Hotel Poooop, Contemporoma, Scala Mercalli, tutti progetti che sviluppo tra un sito web e una serie di eventi reali, dalla mostra museale alle mostre in galleria, dai libri ai cataloghi e alle riviste, passando per social network, convegni ma anche per ipotesi meno canoniche. Per me è fondamentale che un progetto sia un marchio a lunga durata, un’idea certificabile in cui il contributo successivo si collochi tra l’open source e la rielaborazione personale.
E’ qualche tempo che le agenzie di comunicazione - siano esse più tradizonali piuttosto che ispirate dalle ultime frontiere del non convenzionale - fanno riferimento a quella che un tempo era considerata "cultura alta"; coinvolgono critici, curatori e artisti in processi creativi prima relegati a un mero processo di packaging del messaggio. Quali sono i vantaggi per un curatore del tuo livello, e quali possono invece essere i pericoli? Ad esempio, per cosa si è caratterizzata la tua collaborazione con xister?
I vantaggi sono quelli di cui ho parlato finora: certe sinergie aumentano il potenziale di sviluppo e si adattano alle funzioni organiche del presente. Gli svantaggi riguardano la minor qualità quando si asseconda troppo il committente: fondamentale è non perdere di vista l’oggetto tematico, il target e la tensione concettuale. Bisogna supportare le ragioni dell’azienda ma nel rispetto della piena integrità creativa. E poi bisogna muoversi su progetti sensati, che abbiano un’idea, uno sviluppo e una connessione diretta con l’identità artistica. Arte e azienda devono agire alla pari ma il peso deve sempre andare verso la prima: quando guardi un progetto collaborativo non puoi pensare ad una pubblicità ma ad una forma d’arte. Ultima domanda, a proposito della mia collaborazione con xister: beh, lo considero un fantastico incontro, parliamo la stessa lingua e il loro approccio trasversale rispecchia la mia idea di comunicazione su piattaforme dialoganti. Sento che siamo molto… brotherx
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