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L'arte contemporanea ha esteso sempre più il proprio campo d'intervento a soggetti diversi del mondo economico: dalle banche alle multinazionali, da internet alla moda. Esiste un confine tra il terreno dell'arte e quello del business?
Oggi le due dimensioni hanno una necessità di dialogo che forse non hanno mai avuto. L'arte deve esplorare nuovi canali di produzione per vivere e crescere, che purtroppo non possono essere più le logiche dello statalismo o della committenza. Il business, a sua volta, necessita di trovare una chiave etica: che siano le multinazionali del petrolio o le banche, qualsiasi soggetto che attui una speculazione economica sente l'esigenza di appoggiare progetti consapevoli. Venuto meno il sistema del mecenatismo generalista, oggi si fa sempre di più un lavoro di sponsorship sartoriale creando progetti cuciti ad hoc a seconda delle esigenze del soggetto finanziatore e del soggetto che crea. Il confine tra le due dimensioni diventa allora la tutela della qualità del progetto: se un artista è al dentro di certi canoni di rigore e coerenza, non esiste più alcun confine.
Gianluca Marziani è per l'arte degli scarti e dell'immondizia, che dal californiano Mc Carthy ai fratelli Chapman ci consegna apocalittiche visioni della specie umana, o preferisce il ritorno alla buona pittura, troppo spesso considerata demodè da critici e curatori?
Mi sento vicino ad alcune posizioni che appartengono a entrambe le visioni. Da una parte la visione apocalittica permette di riflettere sul nostro tempo mettendone in evidenza limiti e contraddizioni, dall'altra utilizza un'estetica che io non amo fino in fondo in quanto penso che l'arte debba esprimere l'interrogativo sul problema sempre con una qualità estetica e iconografica all'altezza della parola arte. L'altra visione, quella del pensare che si debba tornare alla bella pittura, così come alla scultura o alla fotografia, credo rifletta le contraddizioni tra l’attitudine universale alla bellezza e la voglia di rompere i codici. Il problema del linguaggio è superato dalla qualità di ciò che si vuole esprimere: a me interessa la pittura nei suoi standard contemporanei e trovo che oggi possa esserci enorme potenza in un'opera pittorica come in una fotografia.
La tua inclinazione per il movimento, il flusso e il divenire - così come dimostrano i due elementi simbolo con cui hai inaugurato la programmazione spoletina: il cubo e la pista ciclabile - ti accomunano alle poetiche futuriste. Marziani come Marinetti?
Magari, lo prendo come un complimento! Credo che il Futurismo sia un punto fondamentale della storia del Novecento: quel tipo di poetica, di atteggiamento e attitudine sono per me punti di riferimento fondamentali. Ovviamente oggi il concetto di futurismo va ripensato rispetto al mondo in cui viviamo: la sua idea corrisponde per me a quella del flusso inteso come capacità di rendere uno spazio fisico, come un museo, un luogo assolutamente virtuale, una piattaforma mentale in cui convivono linguaggi diversi, un hub da cui partono e arrivano idee.
A Spoleto sei stato designato come erede di Carandente: da cosa è partito il tuo lavoro di rilancio di Palazzo Collicola?
Sono partito da tre elementi fondamentali: un palazzo, appena restaurato, una collezione, donata da Carandente e non solo, che costituisce il patrimonio del museo, e una biblioteca, che è una delle più importanti d'Italia con oltre 60.000 volumi che stiamo ordinando con l'intenzione di sistemarla al più presto presso gli spazi del piano nobile. Ho voluto iniziare il mio lavoro da ciò che c'era, senza nuove acquisizioni tra le sale dedicate. La collezione, in particolare, rappresentava un lascito importante ma anche un punto da cui ripartire, ecco dunque la volontà di riposizionarla, valorizzando i temi delle sale, il percorso espositivo - che è poi il percorso della storia dell'arte a Spoleto dagli anni '50 a oggi - e gli elementi che la costituivano, tentando di darle un aspetto contemporaneo e più fresco rispetto al passato allestimento.
Cosa possiamo aspettarci per il futuro?
Sicuramente ho intenzione di dare vita a collaborazioni e sinergie con le forze del territorio, da Umbria Jazz al Festival delle Nazioni, dal Festival dei Due Mondi al Dancity Festival. Voglio che Palazzo Collicola sia inteso e fruito non come un museo nel senso classico del termine, ma come un centro per le arti visive, uno spazio aperto alle idee e a più linguaggi ed espressioni artistiche, diventando un punto di riferimento nodale per varie attività che abbiano alla base progetti condivisi.
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